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in aziende agricole di mira e campagna lupia 

Sospette mazzette, ispettore Avepa a processo

Secondo l’accusa Vincenzo Pernorio avrebbe chiesto soldi in cambio di controlli morbidi

MIRA. Due presunti episodi di mazzette, in tutto 13mila euro, chiesti agli imprenditori agricoli per “ammorbidire” i controlli: l’ex responsabile dell’ufficio ispettivo dell’Avepa, l’Agenzia veneta per i pagamenti in agricoltura, sede di Venezia, Vincenzo Pernorio, in pensione da luglio 2015, è a processo davanti al tribunale collegiale di Venezia per corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio e per induzione indebita a dare o promettere utilità.

Il primo episodio finito al centro dell’inchiesta coordinata dal pubblico ministero Stefano Ancilotto risale al periodo tra ottobre 2013 e gennaio 2014. Pernorio si sarebbe presentato in un’azienda agricola di Campagna Lupia «in momenti ulteriori e diversi rispetto a quelli dei formali controlli», si legge nel capo d’imputazione, e avrebbe indotto il titolare a corrispondergli indebitamente in tre tranche le somme di 2.000, 1.500 e 800 euro «al fine di omettere i dovuti controlli e per ottenere eventuali contestazioni meno rigide in sede di successive ispezioni dell’Avepa».

Il secondo episodio si sarebbe svolto a Mira nel 2015, a ridosso del momento in cui Pernorio è andato in pensione. I titolari avrebbero consegnato prima 4.000 e poi 5.000 euro sia per ottenere contestazioni meno rigide nelle ispezioni, sia anche «per congelare illecitamente il pagamento delle sanzioni per le quote latte».

Ieri era fissata l’udienza filtro del processo, rinviata a maggio per un difetto di notifica che ha fatto slittare il via al procedimento penale. «Si tratta di accuse insussistenti», replica l’avvocato Marina Lucchetta che difende Pernorio, «Non c’è mai stata commistione tra il ruolo del mio assistito in Avepa e le consulenze che garantiva in campo agricolo che esulavano dai comparti di cui si occupava l’Agenzia veneta per i pagamenti in agricoltura». Dei soldi finiti al centro del processo ci sarebbero, secondo la difesa, anche le regolari fatture che smentirebbero l’ipotesi accusatoria secondo la quale invece erano

delle mazzette.

A Pernorio la Procura veneziana contesta anche l’esercizio abusivo della professione per essersi presentato come dottore agronomo e dottore forestale, senza iscrizione all’albo, ed avrebbe offerto le proprie prestazioni pur non avendo i titoli per farlo.

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