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L’orrore dell’Olocausto raccontato ai giovani da chi è sopravvissuto

Antonio Boldrin, 95 anni, fu deportato anche se non ebreo Ieri l’anziano ascoltato dai residenti del Rione Pertini

«Occorre tenere vivo il ricordo, non dobbiamo e non possiamo dimenticare quello che ha patito chi è stato rinchiuso nei campi di sterminio nazisti».

A quasi 95 anni Antonio Boldrin continua a ripeterlo, non solo nelle giornate in cui si ricorda la Shoah, ma in ciascuno dei momenti di una vita che porta i segni della tragedia immane perpetrata nel secondo conflitto mondiale. La sua voce, le sue parole, Boldrin le ha riportate ancora una volta a chi ieri mattina lo ha ascoltato al Rione Pertini, in una iniziativa promossa dal comitato di quartiere e dal circolo Auser Aps. Parole che ancora una volta hanno squarciato l’aria, accompagnate dalla vista di quella catenina con la mostrina che a Boldrin era stata data dai soldati tedeschi al suo arrivo nei campi di sterminio, e che ancora porta con sé perché lui, per primo, non dimentica gli orrori. Mesi devastanti per la coscienza di un uomo libero, al cospetto della mancanza assoluta di umanità, di giubbe nere divise tra il suddividersi fucilazioni oppure esecuzioni in camere a gas, forni crematori o vasche di sapone. Di milioni di essere umani non sono che rimaste le ceneri, quelle stesse che Antonio Boldrin raccoglieva con umanità per deporle dove doveva e dove poteva, rischiando ogni momento la sua stessa vita tra frustate, bastonate e anche pugnalate.

«Ho resistito e sono qui a ricordare ancora, a rivivere quel dolore e l’incredulità delle capacità terrificanti di quegli uomini», ha detto Boldrin. «Io non ero di religione ebraica, ma in campi di concentramento ci sono finito per altri motivi, catturato dopo che mio fratello aveva fatto liberare a Verona decine di ebrei rastrellati in zona. Per vendetta sono stato mandato ad Auchwitz e Birkenau. Raccoglievo i morti, li mettevo su un carretto e non sapevo mai se sarei sopravvissuto oppure no». Occhi, i suoi, che hanno visto il terrore in quelli di migliaia di ebrei deportati. «Nel gennaio del 1945, quando ero già sul patibolo con la corda al collo e ai polsi, con due soldati tedeschi che erano pronti a far scattare la forca, ma quattro russi comparvero sul muro retrostante puntando i loro fucili e mi salvarono», racconta ancora il 94enne originario di Stra. «Evidentemente dovevo sopravvivere per raccontare quegli orrori e dire ai giovani: mai più». Un uomo, lui, capace di sopravvivere in mille modi a quella esperienza, quei lunghi mesi di atrocità, quando gli venne detto che i tedeschi cercavano distillatori. «Dissi che lo ero, ma in realtà avevo solo controllato le attrezzature di mio nonno in campagna», aggiunge sorridendo. «Successe che creai un impianto per dividere l’acqua e creare quella “pesante”. Un giorno arrivò al campo Wernher Von Braun, l’inventore dei primi missili balistici, a esaminare il tutto. Mi guardò, fece delle domande e disse: abbiamo invaso Svezia e Norvegia per arrivare all’acqua pesante, lei viene qui e la produce così? Allora è davvero un ingegnere».

Una mattinata vissuta nell’incontro giovani e adulti del Rione Pertini, cui Boldrin non si è sottratto per raccontare e trasmettere altri ricordi ed emozioni. La lettura di una struggente poesia scritta da Giorgio Rocelli, presidente del locale comitato di quartiere, e la targa, donata dalla comunità del Rione Pertini, e consegnata ad Antonio Boldrin quale simbolico passaggio

del testimone dal giovane Luca Bovo. E Boldrin conclude: «Quel giorno che non mi hanno ucciso sono risorto, ma ad Auschwitz avevano lo stesso messo la mia foto sul muro delle persone uccise. Dovetti dimostrare di persona di essere ancora vivo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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