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«M9 Venezia? Per venderlo all’estero»

Il presidente della Fondazione Brunello: «Serve pragmatismo, ma il Museo fa parte di Mestre, città simbolo del ’900»

«L’interesse della città è che venga terminato il Museo nei tempi previsti: nessuno cambierà mai il fatto che l’M9 è a Mestre, ma per vendere il brand serve anche il nome di Venezia». Il presidente della Fondazione Venezia, Giampietro Brunello, interviene sul caso che sta facendo discutere i mestrini, il giallo della scomparsa dai profili social di M9 del nome Mestre, sostituito da Venezia. «Un errore», a detta di molti mestrini, e che ha fatto imbestialire mezza città. Tanto che in seno alle associazioni culturali cittadine si sta organizzando una protesta i cui tempi e modalità sono ancora da stabilire. «Sono un uomo pragmatico», spiega Brunello, il quale premette anche di non essere stato messo al corrente da Polymnia di quanto si andava a fare, «pertanto per me queste sono polemiche sterili, dobbiamo finire il museo e lo finiremo: credo che a Mestre l’interesse sia che venga terminato il museo, che venga realizzata l’operazione smart city, siano rispettati i tempi e venga progettata una cosa seria, il resto è polemica». Ragiona Brunello: «È un museo del ’900 ed è giusto che sia a Mestre, questo l’ho detto a chiare lettere, perché Mestre nel Novecento ha avuto un’importanza strategica a livello italiano ed europeo, basta nominare Porto Marghera. È incontrovertibile che il Museo è a Mestre, ed essendo un’immobile non ha le ruote e non può essere esportato altrove. Inoltre, è un complesso immobiliare di grande valore ed è lì che sono convinto debba rimanere».

Poi, arriva il “però”. «Se devo promuovere una cosa del genere in Giappone piuttosto che in Cina, dico che a Mestre? E i cinesi lo sanno dove si trova? Oggi Mestre è il centro naturale della città metropolitana, è un dato di fatto sul quale stiamo lavorando perché questa situazione venga riconosciuta, però vedo le cose in modo oggettivo. Bisogna smetterla di perdere tempo su argomenti che non creano valore».

Nel merito di ciò che è accaduto: «Aver aggiunto Venezia in quanto operazione di marketing ci può stare, io avrei evidenziato che è a Mestre, scrivendo M9Venezia-Mestre semmai». Quello che non va proprio bene, secondo il presidente, è togliere entrambe le località, lasciando solo M9. «Mestre dev’esserci per forza, ma se faccio marketing devo aggiungere Venezia. Ho abitato a Pordenone ma quando mi chiedevano dov’era dagli stranieri, dicevo che si trovava vicino a Venezia. Bisogna studiarla bene per dare una risposta a tutte le componenti». Brunello fa capire che per vocazione Mestre è il luogo di riferimento della terraferma più che Venezia, ma all’estero bisogna vendere il nome di Venezia.

Debora Esposti (Movimento Autonomia di Mestre) è altrettanto chiara: «Trovo ipocrita la risposta data da Polymnia di lasciare solo M9 e far sparire Venezia, quello che vogliamo è che venga reinserito il nome Mestre, altrimenti si perde una grande occasione di rilancio di questa città, ed è con eventi e istituzioni che si crea un brand e così ce l’avevano venduta: la gente credeva che fosse M di Mestre ma era Museo 900, eppure ci hanno lasciato intendere questo. Se non si ha il coraggio di proporre Mestre, in quale rilancio si potrà mai sperare? Continua ad esserci la stessa linea che si è sempre tenuta, non cambia assolutamente nulla, noi mestrini siamo tacciati di guardare al passato, ebbene questa era un’ottima occasione per far vedere come si guarda al futuro, altro che nostalgie, era il giusto riconoscimento alla città che ospita il Museo, come il jazz è abbinato all’Umbria, gli eventi e i luoghi diventano simboli per le città. Questo deve essere un luogo che diventa un simbolo e che deve portare il nome Mestre, invece ci negano l’occasione
per l’ennesima volta». Chiude: «Non è una polemica sterile ma è una questione di sostanza, non si vuole sventolare il nome della città, per questo devono rimettere Mestre, non ci basta che tolgano Venezia, la gente ha bisogno di segni, simboli, nomi».

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