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Arsenale, i fabbri pronti a riaccendere le forge

Con i carpentieri sono i promotori del terzo progetto. Ervas: «Luogo ideale per dimostrazioni alle scuole e collaborazioni con artisti»

VENEZIA. Fabbri e carpentieri sono pronti a riaccendere il fuoco per forgiare il ferro. Il terzo progetto dell’Associazione Forum Futuro Arsenale ci porta all’interno delle tese Ex Officine Calderai e Fabbri, affacciate sul cosiddetto stradal de campagna, il percorso che porta nell’Arsenale Sud. È qui che da subito potrebbero insediarsi quattro fabbri, capaci di far ripartire altrettante forge ancora in buono stato, una con una cappa ancora funzionante.

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VENEZIA. Fabbri e carpentieri sono pronti a riaccendere il fuoco per forgiare il ferro. Il terzo progetto dell’Associazione Forum Futuro Arsenale ci porta all’interno delle tese Ex Officine Calderai e Fabbri, affacciate sul cosiddetto stradal de campagna, il percorso che porta nell’Arsenale Sud. È qui che da subito potrebbero insediarsi quattro fabbri, capaci di far ripartire altrettante forge ancora in buono stato, una con una cappa ancora funzionante.

«Gli spazi sono della Marina Militare che ovviamente dovrebbe decidere» racconta Alessandro Ervas, ideatore con Adriano De Vita della proposta «Crediamo che potrebbe essere interessata al ripristino delle forge e di un’attività fondamentale per le manutenzioni e riparazioni dei propri mezzi storici e da regata, nell’ottica che le tese siano aperte sempre». Il dialogo con la Marina Militare è stato avviato nel 2004, in occasione dei 900 anni dell’Arsenale. «Grazie all’Archeoclub siamo entrati in contatto con la Marina» prosegue Ervas «Lo scopo era riaprire le forge e riunire per l’anniversario i discendenti dei fabbri che lavoravano all’Arsenale, molti provenienti in origine dalla Val Sassina. Di questi ne sono rimasti circa 25, a Venezia Tenderini e Bertoldini». Negli anni sono stati organizzati corsi di archeometallurgia, invitando scuole di diversi gradi. Insomma, anche l’aspetto educativo è già stato collaudato e funziona, ma nel progetto c’è molto altro, dalle dimostrazioni di forgiatura aperta al pubblico, alla collaborazione con le istituzioni e gli artisti della città.



Ervas, fabbro e restauratore con una formazione da orafo, e De Vita, consulente e membro del Progetto Faro, conoscono il posto da oltre dieci anni. Sognano di poter riaccendere il fuoco e magari un giorno entrare nell’Unione Europea Città del ferro, un circuito di luoghi dove sopravvive l’arte di Efesto. Le tese in questione sono state costruite a metà Ottocento sotto la dominazione austriaca, come si evince dalla forma delle incudini, e hanno un potenziale di lavoro per circa 25 persone, senza contare le numerose attività che si moltiplicherebbero.

«Si potrebbero realizzare oggetti che vanno dalle ancore ai grilli per le navi, passando per i trofei per le regate veneziane, fino a vere opere d’arte» continua il fabbro Ervas «Pensate per esempio a uno scultore che viene alla Biennale e che potrebbe forgiare qui le sue opere. Noipuntiamo a conservare una tradizione tecnica fatta di migliaia di anni di esperienza, mantenerla in vita significa mantenere vivo un linguaggio e una capacità di approccio a questo linguaggio». Siamo dopo la Tesa 105, ancora più in là della Torre Porta Nuova. C’è un altro posto che potrebbe essere ripristinato, anche se in questo caso bisognerebbe investire subito. Sono le Tese alle Nappe, un gioiellino di architettura di proprietà del Comune con manufatti unici come le cappe a cappello di Doge, purtroppo completamente abbandonati. All’interno di una tesa ce ne sono una decina che conservano la cappa sporgente a forma di cappello di Doge, dove sotto si può forgiare il fuoco. «Sono di origini francesi, ma anche da un punto di vista di bene culturale andrebbero sistemate» spiega Ervas «Di sicuro qui si lavoravano già i metalli, come si vede dalla terra battuta, usata perché non scoppiasse dal calore». Il principio che dovrebbe spingere l’investitore è lo stesso degli altri progetti: una volta avviata l’attività, i soldi verrebbero restituiti. Prevedendo mila euro all’anno, i soldi (attorno ai 400 mila euro) sarebbero recuperati in un arco temporale non superiore ai quattro anni. «Potrebbe essere un centro che attira artigiani anche a livello internazionale» conclude Ervas «Archeologi, restauratori, chimici, metallurgisti e squerarioli, artisti e storici, in un crogiolo di idee e mestieri assolutamente unico e costruttivo».

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