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Tre vasche pronte per il carenaggio

L’associazione Forum ha scritto a Zaia e al Presidente della Repubblica: «Basta un piccolo investimento per farle ripartire»

Pochi le hanno viste, ma nell’Arsenale ci sono tre grandi vasche, due abbandonate e una poco usata. Sono i bacini di carenaggio, impregnati di storia, di manodopera specializzata e di una grande passione per la laguna. Le tre vasche sono suddivise per dimensioni: la piccola di 91 metri è adatta ad accogliere imbarcazioni da diporto, la media di 160 metri arriverebbe a contenere yacht, superyacht (50 metri) e megayacht (oltre 100 metri) e la gigantesca di 250 metri è quella dove il Consorzio ...

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Pochi le hanno viste, ma nell’Arsenale ci sono tre grandi vasche, due abbandonate e una poco usata. Sono i bacini di carenaggio, impregnati di storia, di manodopera specializzata e di una grande passione per la laguna. Le tre vasche sono suddivise per dimensioni: la piccola di 91 metri è adatta ad accogliere imbarcazioni da diporto, la media di 160 metri arriverebbe a contenere yacht, superyacht (50 metri) e megayacht (oltre 100 metri) e la gigantesca di 250 metri è quella dove il Consorzio Venezia Nuova ha previsto di pulire le paratoie del Mose. Il racconto sui progetti che l’associazione Forum Futuro Arsenale ha presentato al Comune in un dossier, parte da qui, a immaginare come da subito si potrebbe utilizzare parte di questi spazi. Siamo nell’Arsenale Nord: il primo progetto proponeva di insediare due cantieri navali. Il secondo, complementare, dimostra come almeno due delle vasche limitrofe, quella grande e quella piccola, sarebbero pronte per l’uso. «Il Consorzio Venezia Nuova non usa sempre il bacino grande» spiega l’ingegnere Roberto Falcone che, con l’architetto Alberto Bernstein, ha avanzato l’idea. «La nostra proposta è che per svolgere le operazioni di pulizia del Mose, il Consorzio utilizzi l’area 46 di Marghera, già predisposta, con i finanziamenti già stanziati per la bonifica». L’idea di Falcone e Bernstein è infatti quella di rendere le tre vasche sempre attive, primo perché sono tre gioielli, sia da un punto di vista funzionale che estetico, secondo perché avviando attività di manutenzione di piccole e grandi imbarcazioni, si darebbe prestigio al posto e attirerebbero molti soldi. «A scuola» prosegue Falcone, «mi hanno sempre insegnato che un buon ingegnere per il 95% copia i buoni progetti ed è quello che sto facendo, basta guardare Trieste e come ha riutilizzato gli spazi. Perché non possiamo farlo anche noi dato che è già tutto predisposto?».

Per i non addetti ai lavori: le vasche servono per fare manutenzione delle barche. In pratica una barca entra in un piccolo o medio bacino e, una volta all’interno, l’acqua viene pompata fuori, in modo che rimanga asciutta e disponibile per essere sistemata. La grande vasca si potrebbe liberare se il Consorzio accettasse di spostarsi per questo tipo di operazioni, la piccola sarebbe già disponibile, mentre la media è fuori uso ora. È l’unica che comporterebbe un investimento da parte del proprietario, il Comune. I lavori che dovrebbero essere affrontati subito sono: la sistemazione dei piazzali e delle vie di corsa per la movimentazione via terra delle imbarcazioni, la costruzione delle recinzioni fisse e mobili e l’allestimento di un ufficio tecnico e amministrativo. Il resto, bagni e uffici, sarebbe di competenza di chi prende lo spazio in concessione. «Abbiamo inviato una lettera al governatore Luca Zaia e perfino al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere di intervenire e trovare un accordo con il Consorzio» aggiunge Falcone. «Nessuno ci ha mai risposto». Le vasche sono state con il passare del tempo abbandonate: la manutenzione di Actv è infatti stata spostata a Pellestrina e le altre imbarcazioni che c’erano a Sant’Elena andranno al Tronchetto. Oltre ai cantieri navali previst, i bacini potrebbero essere utilizzati dagli operatori attivi nella manutenzione delle opere, dagli altri già insediati nell’Arsenale (Ismar e Thetis) e da altre imprese. «È un peccato che nulla si muova» conclude Falcone «perché quello che noi proponiamo è basato su calcoli e spese che conosciamo per lavoro e che abbiamo poi verificato confrontandoci con la città, per esempio con il cantiere Casarilla. Questo tipo di attività avrebbero una ricaduta occupazionale ed economica sul territorio eccezionale».

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