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caorle. IL ROGO alla fe.mar 

L’ex operaio arrestato non risponde al gip

CAORLE. Nelle telefonate intercettate con la moglie, aveva pensato di giustificare la sua presenza vicino alla sua ex azienda in fiamme - proprio nelle ore del rogo doloso - raccontando che stava...

CAORLE. Nelle telefonate intercettate con la moglie, aveva pensato di giustificare la sua presenza vicino alla sua ex azienda in fiamme - proprio nelle ore del rogo doloso - raccontando che stava andando dalla sua amante a Caorle.

Ieri, invece, si è avvalso della facoltà di non rispondere, Teodoro Iaia, l’operaio 43enne residente a Spinea, arrestato con l’accusa di essere stato il mandante dell’incendio della Fe.Mar di San Gaetano di Caorle, l’azienda di recupero e trasporto rifiuti per la quale l’uomo lavorava, fino a quando era stato mandato via. Riammesso in servizio dal Tribunale del lavoro, era stato nuovamente licenziato.

Difeso dall’avvocata, Stefania Pattarello, ieri Iaia è stato convocato dalla giudice per le indagini preliminari Roberta Marchiori per l’interrogatorio di garanzia, ma ha preferito non rispondere alle domande. Al centro dell’accusa mossa dalla procura di Pordenone - responsabile delle indagini - le telefonate catturate da una microspia nascosta dai carabinieri nella sua auto: il suo cellulare era stato, infatti, agganciato dalla “cellula” vicino all’azienda, nella notte del rogo che ha distrutto metà del capanno della Fe.Mar, con oltre 100 mila euro di danni. Era il settembre 2016 e in un primo tempo si era pensato a una minaccia mafiosa, mettendo in relazione l’incendio con altri due roghi che hanno colpito aziende della provincia che trattano
rifiuti. Invece i carabinieri hanno intrapreso la strada della vendetta privata di Iaia, che si era affidato a un romeno senza fissa dimora, morto pochi mesi fa. In un’altra telefonata, chiede preoccupato al presunto complice: «Ma sei sicuro di aver usato i guanti?». (r.d.r.)

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