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Rogo alla Fe.Mar di Caorle arrestato un ex operaio

Non c’è l’ombra dell’ecomafia ma la vendetta di un addetto licenziato due volte alla base dell’incendio che il 25 settembre 2016 distrusse un intero capannone

CAORLE. Non ci sarebbe l’ombra delle ecomafie dietro al rogo del 25 settembre 2016 alla Fe.Mar di San Gaetano di Caorle, bensì il gesto di un ex operaio che con l’azienda di recupero e trasporto di rifiuti aveva avuto alcuni dissapori, culminati con un doppio licenziamento. Mercoledì sera i carabinieri di Mestre, in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip della Procura di Pordenone, Monica Biasutti, hanno arrestato T.I., 43 anni, originario della provincia di Brindisi e residente a Spinea, con qualche precedente per furto. L’uomo è stato sorpreso dai militari nel suo appartamento e, dopo le formalità di legge e la perquisizione dell’alloggio (risultata negativa), è stato portato in carcere a Santa Maria Maggiore in attesa dell’interrogatorio di garanzia in rogatoria fissato per stamattina davanti alla giudice Roberta Marchiori. T.I. si è affidato all’avvocato Stefania Pattarello. L’ordinanza prevedeva l’esecuzione anche di un’altra misura ma il presunto complice, un romeno di 47 anni, è morto.

Ad incastrare il 43enne, secondo la Procura di Pordenone, sono stati il segnale del cellulare e le successive intercettazioni ambientali captate in auto. Il rogo aveva distrutto metà del capannone di mille metri quadrati dell’azienda di Strada Riello, oltre a un furgone adibito alla raccolta dei rifiuti, provocando danni che a una prima stima ammontavano a oltre 100mila euro. Le indagini erano partite dall’analisi del traffico telefonico che aveva agganciato la cella più vicina alla Fe.Mar attorno all’una della notte in cui il fuoco aveva semidistrutto l’azienda. I carabinieri hanno proceduto all’abbinamento tra i numeri telefonici e i nominativi dei titolari delle sim, scoprendo che nell’elenco era presente anche il nome dell’ex dipendente T.I. Una persona conosciuta ai titolari della Fe.Mar perché era stato licenziato, poi riassunto su disposizione del giudice del lavoro che non aveva riconosciuto la giusta causa del provvedimento e infine nuovamente licenziato. Gli accertamenti si sono concentrati su di lui ed è emerso, grazie alla tracciatura del cellulare, che la notte del 25 settembre 2016 T.I. era partito da Spinea, era arrivato a Caorle, nei pressi della ditta, e poi era tornato a casa. Un percorso valutato quantomeno strano. I carabinieri hanno messo sotto osservazione la sua auto, captando conversazioni nelle quali parlava dell’incendio, dimostrandosi preoccupato. In macchina, il 43enne discuteva anche con il complice:
«Ma sei sicuro di aver avuto i guanti?», gli aveva chiesto in una delle conversazioni.

Ora T.I. è in carcere a Venezia, sconvolto per quanto gli è accaduto. Oggi, davanti alla giudice, potrà decidere di vuotare il sacco o scegliere il silenzio.

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