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Volpi l’africano conquista l’Interporto

Con un’offerta da 68 milioni l’imprenditore ligure attivo nei porti della Nigeria vince la gara dei commissari liquidatori

“Gabriele l’africano”, ovvero il discusso imprenditore ligure attivissimo in Africa, e non solo, con alle spalle svariate attività e un presunto patrimonio di oltre 2 miliardi di euro. Gabriele Volpi, questo il suo vero nome, l’ha spuntata e con 68 milioni di euro si è aggiudicato la gara di vendita del terminal del l’ex Centro intermodale adriatico (Cia) di Eugenio De Vecchi, avviato nel 1993 nelle aree riconvertire dell’ex Alusuisse-Alucentro, che dal 2014 è in concordato fallimentare e viene gestito come “ramo d’azienda” dalla newco Terminal Intermodale Adriatico (Tia).

Il gruppo di De Vecchi, oltre che dell’Interporto di Venezia e del Centro intermodale adriatico (Cia) era proprietario di altre 5 società nel settore portuale di Marghera, gravate da circa 130 milioni di euro di debiti. Il bando di vendita che si è aggiudicato Gabriele Volpi non basterà, comunque, a risanare l’intero “buco” di circa 130 milioni, ma De Vecchi è ancora proprietario di due società, di altre aree in zona e anche a Ca’ Della Nave a Martellago. L’assegnazione del bando di vendita – ufficializzata dai due commissari liquidatori Umberto Lago e Roberto Reboni – è la premessa per un “nuovo inizio” per l’Interporto che, comunque, ha continuato a funzionare grazie all’affidamento della gestione delle attività alla newco Tia. L’imprenditore Gabriele Volpi si è aggiudicato l’intero Terminal che si affaccia su via della Geologia a Porto Marghera e gestisce – in concessione – una banchina di 500 metri sulla sponda del Canale Ovest attrezzata con cinque gru portuali semoventi da 80/100 tonnellate. L’area scoperta si estende su un totale di 150.000 metri quadri, 90.000 metri quadri di spazi coperti, 9.550 di immobili con uffici, magazzini autorizzati allo stoccaggio di cereali ad uso alimentare umano e anche zootecnico.

E ancora di aree autorizzate allo stoccaggio di rifiuti non pericolosi (rottami ferrosi e combustibile da rifiuti) di 4 silos da 14.000 metri cubi e di 1 silo da 7.500, per un totale di 63.500 metri cubi disponibili per lo stoccaggio di rinfuse secche e un raccordo ferroviario interno di 5.000 metri collegato con la vicina stazione di Mestre, magazzini e piazzali per merci alla rinfusa. I sindacati dei lavoratori ora tirano un sospiro di sollievo per l’evitato fallimento della Cia, ma mettono anche le mani avanti. «La chiusura del bando di vendita per noi è una buona notizia», dice Antonio Capiello segretario della Filt-Cgil veneziana, «Ma è chiaro che ora vogliamo avere, il più presto possibile, un confronto con la nuova proprietà che dovrà garantire, senza esclusioni, il proseguo dell’attività portuale nel terminal veneziano, il posto di lavoro e il trattamento economico dei 60 dipendenti dell’ex Cia». Per la complessa procedura di concordato fallimentare lo Studio Legale milanese “La Scala” – che difende l’Interporto – ha chiesto l'assistenza di molti professionisti e advisor, anche locali. Il bando di vendita era stato messo in discussione da un ricorso, respinto dalla Corte di appello di Venezia, di una società facente capo alla famiglia Rossi che è socia di minoranza. La famiglia Rossi aveva citato in giudizio per danni tutti gli amministratori e i sindaci che si sono succeduti negli ultimi
anni all’Interporto. Lo Studio La Scala, a sua volta, ha citato Frigovenice (società di logistica facente capo ai Rossi) contestandole l’acquisto a prezzo non congruo, prima del concordato, dei magazzini del freddo già ricompresi tra gli asset portuali.

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