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Il killer tradito dall’intercettazione

Omicidio Venturini. Accusa due spacciatori, ma è inchiodato da una telefonata

VIGONZA. «Non ho ucciso Matteo. Eravamo amici. Tra noi affari di droga: avevamo un debito di 12 mila euro con due albanesi che, quella notte, ci hanno aggredito. Io sono riuscito a scappare. Lui, no. Sono stati loro ad ammazzarlo». Così martedì davanti ai carabinieri e al pm Roberto D’Angelo, titolare dell’inchiesta, si è difeso Dragan Miladinovic, 28enne serbo residente a Santa Maria di Sala, accusato di aver pestato a morte Matteo Venturini, 38 anni, trovato la notte tra il 16 e il 17 febbraio scorso mentre annaspava nelle gelide acque del Tergola a Pionca di Vigonza, nel punto in cui via Murano incrocia via Madonna Pellegrina.

La vittima indossava jeans, un maglione e un giubbotto: l’identificazione grazie al portafoglio trovato in tasca dove c’erano solo i documenti. Il volto era ridotto a una maschera di sangue. Una coppia di fidanzati si era accorta, nel buio, di una sagoma che cercava di risalire verso la riva: Venturini era agonizzante e gridava a fatica un nome («Walter, Walter...». Inutili i soccorsi: un paio d’ore più tardi la morte nel Pronto soccorso dell’ospdale.

Nelle prime ore l’episodio era stato scambiato per un suicidio e pure per un incidente stradale. Ma il pm D’Angelo non ci aveva creduto. L’accertamento medico-legale ha confermato il sospetto: omicidio. Mesi di indagine, poi il 9 maggio Dragan Miladinovic è arrestato appena rimesso piede in Italia.

La notte della tragedia, infatti, era partito in fretta e furia con la famiglia per i Balcani. Per due ore e mezzo il serbo (difeso dall’avvocato Andrea Frank) ha negato l’accusa di omicidio, nonostante le contestazioni. È emerso che la sera del 16 febbraio con la sua auto era andato a prendere Matteo Venturini e, allontanandosi con lui, aveva spento il cellulare. Secondo gli inquirenti non voleva “agganciare” le celle per far identificare i suoi spostamenti. «Quella sera abbiamo incrociato i due albanesi: ci hanno bloccato, costringendoci a salire nelle loro macchine. Ci hanno picchiato,
io mi sono difeso anche se non ho sparato con la mia pistola. Sono fuggito, Matteo non ce l’ha fatta» ha insistito. Intercettato al telefono con la madre e il fratello, però, a proposito di quella notte Dragan avrebbe ammesso di aver perso la testa.

Cristina Genesin

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