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Porto Marghera 100: storie di chimica e di uomini a Palazzo Ducale

La mostra: dieci stanze per raccontare dieci materiali che uscivano dagli stabilimenti, rivisitati dai grandi artisti contemporanei

Gabriella Belli ci racconta la mostra "Porto Marghera 100"

VENEZIA. La chimica, la plastica, il carbone, le navi, la tecnologia che portarono la modernità nelle case degli italiani del boom degli anni Sessanta. L’industria che con una mano dava uno stipendio a oltre 40 mila famiglie di operai, ma con l’altra faceva ammalare, uccideva, i mariti, i figli, ammorbava l’aria, rendeva nera la laguna. Ma anche il futuro, contenuto in un’ampolla di “green diesel”.

Nella stanza dei tessuti innovativi "Cinque bachi da setola e un bozzolo" di Pascali
Nella stanza del ferro e carbone, il grande Carro Solare del Montefeltro di Elisio Mattiacci
La stanza dell'acqua e del porto: "Confluenze" di Pino Pascali
La stanza della chimica e della plastica: il nido di plastica riciclata di Sissi e le lastre colorate di Francesco Candeloro
Le gigantografie ai Anne-Karin Furunes e "Metalmeccanici" di Manuelli
Salamino di Mario Mertz e "Igor" di Sassolino per la stanza del carbone e l'energia
Per la stanza del vetro e cristallo, Pacific di Anthony Cragg
Porto Marghera 100, grandi artisti e la voce degli operai in lotta a Palazzo Ducale

Racconta tutto e non nasconde nulla, “Porto Marghera 100”, mostra che non lascia indifferenti e che nel centenario della fondazione fa irrompere a Palazzo Ducale la storia del Polo chimico più importante d’Italia, insieme all’arte contemporanea. Luci e ombre raccontate con immagini e video d’epoca, interviste, il fumo verde dalle ciminiere, le denunce degli operai, i canti delle lotte sindacali, la voce svagata della centralinista Franca Valeri nel Carosello dell’Olio Topazio. Pezzi di storia industriale, sociale, giudiziaria, con un racconto d’archivio tessuto da Giampiero Brunetta. E l’arte.

«Abbiamo voluto raccontare un secolo» osserva la direttrice Gabriella Belli «esponendo le opere di molti grandi artisti che hanno utilizzato i materiali che si producevano a Porto Marghera e li hanno rigenerati, dandogli un futuro. Ma la mostra d’arte è quasi in sottordine rispetto al racconto documentario che segna le varie tappe». Un percorso attraverso dieci stanze, accompagnato anche dalle voci dei poeti: l’incalzante “Odio a te Porto Marghera, cancro di barena, befana di morte...” di Antonella Barina; la calma furiosa del poeta Ferruccio Brugnaro quando legge “il cloruro di vinile non risparmia nessuno, la morte non è mai stata così presente, non si sente che la morte”. L’incedere di Zanzotto. Il tg dell’epoca dà voce all’operaio Gabriele Bortolozzo, che con la sua denuncia fece deflagrare l’inchiesta sulle fabbriche di morte: «È il momento di mettere al bando queste sostanze, perché nonostante tutti gli interventi ci sono sempre dispersioni, fughe» ammoniva Bortolozzo, che morì prima della fine del processo. «Su 18 produzioni, 8 erano cancerogene», informa un cartello. Ma poi c’è l’arte.

Le vasche d'acqua di Pascali a rappresentare il porto commerciale, cuore i Porto Marghera

Stanza dopo stanza prendono corpo i materiali di Porto Marghera, il passato e il futuro (auspicato). E strabiliano le mille fibre colorate delle spirali di Pascali, realizzate con i tessuti dell’innovazione: il domani del polo industriale. I volti segnati degli operai e delle operaie si fanno giganteschi nelle opere di Anne-Karin Furunes. Il vetro luccica, antico e futuribile, nella piramide di bottiglie di Cragg.

«Vogliamo raccontare Porto Marghera per quello che è stato per l’Italia, il vissuto delle persone che ogni giorno vi lavorano», osserva il sindaco Brugnaro, «come stimolo per il futuro dei nostri giovani e l’obiettivo di portare nuovo lavoro a Porto Marghera». «Questa non è una celebrazione» sottolinea la presidente della Fondazione Musei Veneziani, Mariacristina Gribaudi «ma un atto di responsabilità. Dobbiamo fare pace con il passato, per costruire con i giovani il futuro di questa parte del Nordest».

Le ultime parole, “Porto Marghera 100” le affida dal video al sociologo Gianfranco Bettin: «La vecchia chimica può essere fucina di una nuova chimica: serve la consapevolezza di quello che abbiamo attraversato in chiaroscuro, ma anche libertà di sguardo, disponibilità all’avventura nel nuovo tempo».