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«Piave, argini abbandonati. Una nuova ondata sarebbe disastrosa»

Il sindaco Andrea Cereser lancia l’allarme 51 anni dopo la tragica piena: la situazione è addirittura peggiorata e metà del territorio del Veneto orientale è sotto il livello del mare

SAN DONÀ. Da quella data storica quanto tragica sono passati ormai quasi 51 anni. L’alluvione del 1966 ha lasciato un segno indelebile nella comunità del Basso Piave che ancora la ricorda con apprensione nei suoi incubi più angoscianti. Quel 4 novembre del 1966 l’argine destro si ruppe inesorabilmente a Zenson e le campagne si allagarono per buona parte del territorio. Intere abitazioni sfollate, campagne allagate, bestiame annegato che galleggiava a pelo d’acqua.

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Da allora, nonostante il tremendo impatto che ebbe l’alluvione sul territorio, non sono stati presi veri accorgimenti per contenere una nuova piena sempre incombente. Perché se è vero che di quelle proporzioni ne può avvenire una ogni cento anni, è anche vero che i tempi, con la cementificazione imperante e incontrollata, potrebbero accorciarsi. Anche dimezzarsi. E allora la comunità deve restare in allerta perché se accadesse oggi nessuno sa cosa potrebbe succedere in una zona che si è urbanizzata anche laddove si estendevano solo campi.

I tanti libri e le fotografie storiche di quella alluvione restano indelebili a ricordarci che la natura, quando si ribella, non lascia davvero scampo. E in tutti questi anni la natura non è stata rispettata, mentre è mancata quella opportuna opera di prevenzione che sarebbe stata auspicabile.

«Dalla storica alluvione del 1966 nulla è stato fatto per mettere in sicurezza l’asta del Piave», dice il sindaco di San Donà, Andrea Cereser, «semmai la situazione è peggiorata, con una urbanizzazione incomparabilmente maggiore lungo le rive del fiume. Servono sia interventi straordinari, quali i bacini di laminazione a monte, sia di manutenzione ordinaria, a partire dalla pulizia del corso del fiume a valle».

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«Storicamente eventi così catastrofici avvengono ogni 80/100 anni. Quindi: inevitabilmente accadrà di nuovo, e neppure troppo in là nel tempo», aggiunge il sindaco, «gli enti locali, dal canto loro, hanno compiuto alcuni importanti passi in avanti. La pianificazione urbanistica è molto più attenta ed è stata estesa la collaborazione con il volontariato. Ma situazioni di precarietà sono ancora molto diffuse. È urgente porre rimedi. Più volte ho chiesto alla Regione, in attesa degli interventi risolutivi che non possono tardare, di aiutarci almeno a potenziare il sistema di Protezione civile, attrezzando una sede distrettuale che lavori per tutto il Sandonatese e il Basso Piave. Più volte ho ricordato che una possibile sede potrebbe essere la caserma Tombolan-Fava, dove gli spazi ci sono già e dove è in atto un recupero ad opera del Comune di San Donà. Su questo siamo ancora in attesa di una risposta», conclude Cereser, «la stessa morfologia del basso corso del Piave, con oltre la metà del territorio sandonatese al di sotto del livello del mare, e la conseguente difficoltà del deflusso delle acque, impone di non rilassarsi su questo tema».

San Donà rilancia dunque il dibattito alla vigilia dei 51 anni della grande alluvione. Se oggi fosse l’argine sinistro a rompersi davanti a San Donà, le conseguenze sarebbero devastanti. «L’ondata inesorabile di maltempo la scorsa estate ci deve far riflettere seriamente su quello che stiamo rischiando», osserva il vice sindaco, Luigi Trevisiol, «ci sono ancora alberi sradicati e quasi appoggiati sulle rive del Piave, senza contare tutti quelli caduti che dovranno essere tagliati. In piena estate quello che abbiamo vissuto in un giorno o al massimo due ci deve insegnare quanto siamo esposti agli sconvolgimenti climatici e a nuovi fenomeni come tempeste, bombe d’acqua, trombe d’aria che si concentrano in poche ore con effetti devastanti».

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«Oggi come oggi la situazione in caso di piena del Piave sarebbe tragica, di proporzioni enormi per le conseguenze che avrebbe su tutto il territorio sandonatese. Dobbiamo pensare a coinvolgere tutti gli enti che hanno competenza a partire dalla Regione perché non possiamo più rinviare e lasciare che sia il caso o il meteo non sempre così prevedibile a decidere per noi».

Un tema, quello della sicurezza del Piave, che va rilanciato prima che sia troppo tardi. Spesso se ne è parlato, sono stati fatti convegni, ma alla fine, dopo tante parole non è mai stato fatto nulla di concreto per mettere in sicurezza il fiume sacro alla patria. Troppi interessi, soprattutto economici, hanno fatto da freno.

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