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Anna, la donna che accarezza muri e masegni di Venezia

Non vedente, 65 anni, è una guida turistica. «Giro le calli seguendo l’odore del pane» 

VENEZIA. Anna è minuta, vivace, combattiva. Sessantacinque anni; sposata tre volte. Un ticchettio di canna sul selciato. Anna Ammirati non vede.

Partecipa al progetto “La Venezia che non si vede”; una evento collaterale alla Biennale e che occupa una ampia, alta e larga stanza (un cantiere dismesso, probabilmente) a San Pietro di Castello. Appena giù dal ponte di Quintavalle, a sinistra. Quando è libera da impegni, Anna sale in barca e accompagna i turisti in una visita guidata. Guidata da lei: è avvolta nel buio, ma conosce Venezia benissimo. Nel corso degli anni l’ha accarezzata; l’ha annusata; l’ha intuita. Ecco come racconta la città e se stessa. La vista le manca. La parola, no.

«Zio Carletto ha 91 anni e qualche acciacco. Però, quando ero bambina, avevamo stretto un patto: perché la città non mi tagliasse fuori, e perché io non la escludessi da me stessa, mi accompagnava calle per calle a visitarla. Ha avuto la pazienza di farmela toccare; mi chiedeva di accarezzare le porte. Le pietre. Se veniva a sapere che in un cortile privato c’era qualcosa che poteva essere interessante bussava alla porta, spiegava e chiedeva: posso entrare con la bambina? Posso farle toccare la vera da pozzo (la finestra, la scala) perché la conosca? Di mio, ci ho messo un senso dell’orientamento molto sviluppato, ereditato da mio padre, sottufficiale di marina. Eravamo spesso i barca; fondo piatto, vela al terzo. Una barca da laguna. Per canali, ci spingevamo fino a Grado».

«Quando mia madre ha avvertito le doglie, lui era in navigazione. Lei era all’Arsenale, dove abitavano; è scesa in barca ed ha vogato fino a casa di mia nonna. Io sono nata lì. Il giorno seguente mamma ha detto a suo fratello: sto bene; riportami a casa. Così sono entrata all’Arsenale. Subito dopo aver imparato a camminare, ho imparato a nuotare. Come tutti i bambini di lì: con la tavola e la corda. Prima, via la tavola. Poi, via la corda. A tre anni ero una papera. Stile zero, resistenza fino allo sfinimento».

«Mi vuoi dare il braccio? Camminiamo; ti racconto e ti indico qualche angolo di Venezia che forse non conosci».


«L’Arsenale era un posto meraviglioso, per noi bambini. Eravamo sorvegliatissimi e liberissimi. Le Galeazze erano aperte, ed un luogo di giochi. Sono nata ipovedente grave. Significa che intuivo le forme più grandi; non riconoscevo le persone; i colori erano un melange sfumato. Non vedo assolutamente nulla dal 1992. Ho sostituto la vista con gli altri sensi. Volendo scherzare, a volte sostengo di essere nemica dei frigoriferi. Un tempo, quando ancora erano rari, trovavo la strada di casa annusando il profumo delle botteghe. Il biavarol, che sapeva di granaglie e di baccalà, mi avvisava che dovevo voltare; il salumiere mi confermava che ero sulla strada giusta, e dovevo tirare dritto. Il lattaio, con il sentore di formaggi, mi diceva: ormai ci sei. C’è un profumo che resiste, e che è meraviglioso: quello del pane. Si diffonde verso le cinque del mattino; è la Venezia del tempo in cui ero bambina. La riconosco».

«Quando, da fuori, mi vengono a trovare amici non vedenti, corro a comperare un sacchetto di guanti di plastica: quelli usa e getta. Li invito ad indossarli, e a toccare la città: i muri, i ponti. Anche i masegni. Dico loro: Venezia è unica; tutto, qui, è stato costruito a mano. Niente macchine; solo mani. Però non è solo con il tatto che perlustro la città. Lo faccio anche lasciandomi accompagnare a spasso dai venti. Bello il garbin, che qui soffia poco e, come meteo, lascia quel che trova. Brutto lo scirocco: porta malanni. Bella la bora; a Barcola, vicino a Trieste, mi sono imbacuccata bene e, in compagnia di una amica, una volta ho camminato per tutta la riva. Avevo le gote in fiamme, e il cuore gonfio di gioia. Bello, l’odore che si spande in laguna quando il tempo sta per cambiare. Bella, la corrente che si muove in modo diverso sotto la barca. Bella la burrasca, e le imposte che sbattono. Quando succede, vorrei correre in calle, e mettermi a camminare. Alle volte penso che chi può vedere finisce per non apprezzare Venezia come dovrebbe perché si limita alla vista e dimentica altre possibilità. Associo i colori, di cui ho un ricordo lontano e ovattato, ai sentimenti. I capelli li tingo, ma li voglio solo del colore che avevo. Una amica lo fa; le ho mostrato una mia foto da ragazza: così vorrei che fossero, le ho detto. E lei provvede. Ah, già: le foto. Mia nonna teneva quelle di famiglia in una cappelliera. Di quelle vecchie, fatte in bachelite. Adesso sono io che le conservo: tutto il parentado lo sa, e sa che ne può disporre quando vuole. Vero: è assurdo che le tenga io, ma non voglio che vadano disperse. In più, so organizzare».

«Siamo in un campo, vero? Lo so, perché sento lontana la voce di un bambino. Fosse una calle, la sentirei più vicino. È campo dei Mori, e non mi sbaglio. Quindi, sull’angolo c’è la statua di Rioba. Ce ne sono altre tre, sui due lati, ma la sua è la più nota. Vedi la borsa? La portava perché era un mercante. Ma non era un moro; però veniva dalla Morea, e da Morea a Moro il passo è stato breve. Qui avevano il fondaco lui e i fratelli. Il ponte là in fondo ci porterà alla Madonna dell’Orto; a destra del ponte, c’è palazzo Mastelli. Se vuoi il mio parere, uno dei più belli della Venezia minore, con l’altorilievo di un dromedario e di un cammelliere: la famiglia aveva fatto fortuna con i commerci, e non si vergognava di farlo sapere. Camminiamo ancora un po’; quando la fondamenta finisce, c’è una insenatura, dove un tempo approdavano le zattere formate unendo i tronchi d’albero tagliati in montagna e fatti scendere lungo il Piave. In punta, c’è il Casin degli Spiriti. Ne avrai sentito parlare...».

«Qualche volta, mi capitano cose che mi lasciano perplessa. Mi sono dovuta impegnare, perché scrivessero che non ci vedo sulla mia carta d’identità. È qualcosa che la gente solitamente non ci tiene a far sapere, ha sussurrato l’impiegato. Capisco, ma mi pare una non accettazione di se stessi. Come rimirarsi a uno specchio ed esclamare: che linea snella che ho... senza far caso che si pesa 130 chili. Io divido le mie azioni in due categorie, che rispondono alla domanda: posso o non posso? Se posso faccio; se non posso, o se per potere devo seccare gli altri, preferisco non fare. Ho viaggiato da sola fino in Spagna per trovare una amica; in Calabria, dove ho parenti, vado anche senza essere accompagnata. Ho visitato un po’di Brasile, e a Baja ho chiacchierato con due muratori di Rovigno. Sono stata in Martinica; la Francia l’ho girata in lungo e in largo. Il sole sta calando, e lo sento: è quello dell’autunno. Ha perso forza. Ciao, estate. E dire che, ad agosto, il frinire delle cicale è stato davvero assordante. Il mio appartamento dà su un grande giardino. C’è una magnolia enorme. Una delle più vecchie di Venezia. E le cicale... le adoro. C’è un profumo, nell’aria. Lo senti? È un profumo di sintesi; deve essere passata una ragazza».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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