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Nuovi bar bloccati per 3 anni. Ma a Firenze

I consiglieri Sambo e Pelizzato in missione in toscana: «Facciamolo anche noi, le norme ci sono»

Tre anni di stop all’apertura di bar e negozi di somministrazione di alimenti e bevande, compresi i take away. Divieto di aprire negozi non tradizionali nelle aree del centro. Incentivi per le botteghe storiche con sconti sull’Imu. Non succede a Venezia ma a Firenze, l’altra grande città d’arte italiana invasa dal turismo di massa. Qui la giunta guidata da Dario Nardella (Pd) ha approvato la delibera C27 del 2017 che prova a mettere un limite alla trasformazione selvaggia della città. Firmando su questi temi un’intesa sulla Regione Toscana. «La dimostrazione che se si vuole, qualcosa si può fare per invertire la tendenza», dicono i due consiglieri comunali di opposizione Monica Sambo e Giovanni Pelizzato. A Firenze i due hanno incontrato la presidente del Consiglio comunale e l’assessore al Turismo. Adesso intendono portare a Ca’ Farsetti una proposta concreta. «Chiederemo di seguire la strada di Firenze», dicono, «e di avviare un censimento delle attività storiche e delle antiche botteghe insieme all’Università. Per poter emettere provvedimenti a loro tutela». In questo modo, continuano, «sarà molto più difficile cancellare la storia della città e aprire piccoli bar al posto di antiquari e librerie». La strada intrapresa dal capoluogo toscano è stata quella di firmare prima di tutto l’intesa con la Regione sui temi della tutela del centro storico. In ottemperanza alle direttive Unesco – Firenze come Venezia è nell’elenco dei Siti patrimonio dell’Umanità sotto tutela Unesco. «In questo modo, dice Sambo, «è possibile applicare il decreto Franceschini. Ma questo a Venezia e in Veneto non è stato fatto».

Nell’Intesa firmata con la Regione, il Comune di Firenze ammette nell’area centrale della città solo attività legate all’artigianato tradizionale, librerie, antiquari, commercio di oggetti preziosi. Vieta per tre anni l’insediamento di nuovi bar. «Consapevoli che limitazioni alla libertà di iniziativa economica», scrivono, «possono essere giustificate da motivi imperativi di interesse generale, quali la tutela dell’ambiente urbano e del patrimonio storico artistico». Una prima iniziativa di regolamentazione delle merceologìe in vendita era stata presa dal Comune lo scorso anno. Ma non è stata ritenuta sufficiente, e adesso è stato introdotto il blocco. Insieme alle facilitazioni fiscali a cominciare dall’Imu, l’imposta comunale sugli immobili. «Qualcosa si può fare», insistono Sambo e Pelizzato, «adesso chiederemo un dibattito approfondito su questo argomento in Consiglio comunale». Un tentativo, dicono i due consiglieri, di fermare l’onda che all’insegna del libero mercato sta travolgendo gli equilibri della città d’acqua. Trasformando le attività tradizionali in bar e rivendite di cibo per turisti, souvenir e pizze al taglio.

Nell’area centrale della città fervono nuovi lavori per realizzare fosse settiche e aprire nuovi bar. «Adeguamento scarichi» è la formula che prelude all’apertura di nuove attività. Che attirano nuovi clienti giornalieri e a questo punto cominciano a nuocere anche alle attività esistenti. Una «liberalizzazione» introdotta una quindicina di anni fa dal ministro Bersani. Oggi per aprire un bar non serve la licenza, né la distanza minima tra locali. È stato cancellato il contingente e ognuno fa ciò che gli pare. Al Comune resta la possibilità di
introdurre regolamenti e norme che possano mettere ordine nelle aree maggiormente a rischio dal punto di vista ambientale e monumentale. Un intervento che i cittadini auspicano. Prima che la città si trasformi definitivamente in un parco dei divertimenti.

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