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"Chi altri deve decidere?" Quei veneziani finiti in Svizzera

Piera Franchini, Vittorio Bisso e Gianni Trez. Storie molto diverse, ma tutte alla ricerca di una fine dignitosa

VENEZIA. «Sono morta il 13 aprile, quando il chirurgo mi ha detto per la prima volta che non c'era nulla da fare". Per Piera Franchini la fine è arrivata qualche mese dopo, per eutanasia, lontana dal suo paese, dalla sua casa."Perché devo soffrire fino alla morte? Chi può arrogarsi il diritto di fare questo, se non io?». Poche parole che riaprono la discussione sul tema del 'fine vita'. Una scelta quella di questa donna di 76 anni, uno dei membri fondatori di Rifondazione Comunista a Venezia, Anche lei aveva scelto la Svizzera e una clinica per morire nel 2012. La sua storia è diventata una video campagna dell'associazione Coscioni.

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Vittorio Bisso, di Dolo, era malato di Sla. Anche lui dopo una lunga militanza nel Pci (era stato ex assessore a Dolo) aveva dovuto guardare negli occhi quel male che peggiorava di giorno in giorno. Così il 26 giugno 2012 decise di farla finita, in Svizzera, accompagnato dalla moglie e dal figlio con la fidanzata. «Si era rivolto all'associazione Dignitas un anno prima della morte, all'inizio non me lo aveva detto», racconta la moglie, Marisa Piovesan. «Era un uomo forte, si è addormentato con il sorriso. Non ne sono pentita, l'amore è condivisione, anche nelle scelte difficili». 
 
Quindi la stessa scelta era stata seguita da Gianni Trez, veneziano di Sant’Elena, dipendente Telecom, da sempre vegetariano e salutista, anche lui colpito da malattia, che ha scelto di morire il 28 febbraio 2017 dopo anni di sofferenze, anche lui nella clinica Dignitas, a Pfafficon, nel Cantone Zurigo, in Svizzera.
 
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