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Giovanin e quei ragazzi che hanno fatto la centrale

Il lavoro all’impianto Volpi di Marghera e quello nei campi, lungo la Romea: «Voglia o non voglia, solo lì c’era il pane per tutti» 

MARGHERA. Il 3 luglio del 1950 era di lunedì. «Me lo ricordo benissimo, avevo 14 anni, il mio primo giorno di lavoro», racconta Luigi Rossi, «e pensi che oggi ne ho 82».

Era stata la sorella maggiore Adele, andata a colloquio con un dirigente della Mantelli-Sacaim a Venezia, a trovargli un posto di lavoro. Un primo tentativo era fallito per colpa di due galline donate a un’assistente dell’ingegnere grazie alle quali un’altra famiglia di campagna, altrettanto affamata di lavoro, era riuscita ad avere la precedenza per l’assunzione del figlio. Allarga le braccia Luigi e ci ride sopra, ma all’epoca era sembrata una mezza tragedia: «Le cose andavano così, le persone si arrangiavano».

Sono le 9 di mattina di un giovedì. L’ex operaio della centrale Volpi di Marghera mette in ordine e pesca i ricordi con un puntiglio da archivista - e poi capiremo perché - dopo essersi svegliato all’alba per andare a lavorare nei campi dove da ragazzino zappava la barbabietole. Prestatore d’opera per un anziano proprietario terriero fascista.

Porto Marghera, la centrale Volpi è archeologia industriale

Quel terreno, poi diventato di proprietà della sua famiglia, che ha sempre rappresentato l’altra metà del lavoro: la fabbrica e i campi. Metalmezzadri, li chiameranno poi i sociologi. «Mio padre Giovanni, nato nel 1902, faceva il ferraiolo e nel 1948 ebbe una paresi. Per questo per me era importante trovare un lavoro».

L’episodio delle galline fu solo un incidente di percorso perché quello di Porto Marghera era un unico grande cantiere in espansione ed era chiaro che anche lui sarebbe finito lì, a lavorare all’ampliamento della centrale elettrica Volpi che con i bombardamenti della seconda guerra mondiale si era fermata, ma ora poteva ripartire grazie ai finanziamenti del Piano Marshall.



«Certi giorni, con il vento contrario, in piedi sui pedali, non si riusciva a far girare la catena». A controllarlo, nell’orario di lavoro, c’era Orfeo Maestrello, assistente controllore che arrivava dalla Giudecca. Lo prese in simpatia e lo mise a fare il cuciniere.

Dopo 5 mesi Giovanin il salto all’archivio Sade della centrale. Lui era felice ma preoccupato. Perché si ricordava quello che gli aveva detto la maestra, Giuseppina Gregoretti, quando qualche anno prima, in una classe di 44 alunni, aveva preso la licenza elementare.

E’ in quegli anni che allena la memoria. Poi vennero i montaggi, le prove, i tubi ricoperti di amianto che cadeva giù come una pioggia sottile ma che all’epoca era solo un po’ di sporco sulle tute blu e non un presagio di morte.



Il primo gennaio del 1957 l’assunzione in pianta stabile, nei primi anni Sessanta il passaggio da Sade a Enel. Sono gli anni nella sala di comando, la centrale è il grande motore che dà la scossa all’area industriale di Marghera. Anni di turni, fino al primo aprile del 1993, giorno della pensione.

«I primi sono stati gli anni più duri e belli», dice Luigi pensando a quando era solo Giovanin, «ho imparato tutto in quegli anni. Porto Marghera, voglia o non voglia, ha dato tanti panini a tutti».

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