Quotidiani locali

Vai alla pagina su I cento anni di Porto Marghera
Giovanin e quei ragazzi che hanno fatto la centrale

Giovanin e quei ragazzi che hanno fatto la centrale

Il lavoro all’impianto Volpi di Marghera e quello nei campi, lungo la Romea: «Voglia o non voglia, solo lì c’era il pane per tutti» 

MARGHERA. Il 3 luglio del 1950 era di lunedì. «Me lo ricordo benissimo, avevo 14 anni, il mio primo giorno di lavoro», racconta Luigi Rossi, «e pensi che oggi ne ho 82».

Era stata la sorella maggiore Adele, andata a colloquio con un dirigente della Mantelli-Sacaim a Venezia, a trovargli un posto di lavoro. Un primo tentativo era fallito per colpa di due galline donate a un’assistente dell’ingegnere grazie alle quali un’altra famiglia di campagna, altrettanto affamata di lavoro, era riuscita ad avere la precedenza per l’assunzione del figlio. Allarga le braccia Luigi e ci ride sopra, ma all’epoca era sembrata una mezza tragedia: «Le cose andavano così, le persone si arrangiavano».



Luigi racconta la sua storia - che è un pezzo della storia di Porto Marghera - dalla casa in cui è nato il 14 febbraio del 1936, in località Giare, lungo la strada statale Romea, che proprio in quegli anni venne pensata e poi costruita.

Porto Marghera, viaggio tra i capannoni e le fabbriche abbandonate Dalla centrale Volpi alla Syndial, dalla Coke alla Beltrame, ecco il fotoreportage di Giorgio Bombieri tra le fabbriche e gli edifici dismessi di Porto Marghera. Si ringrazia il Comune di Venezia - VAI ALLO SPECIALE

Sono le 9 di mattina di un giovedì. L’ex operaio della centrale Volpi di Marghera mette in ordine e pesca i ricordi con un puntiglio da archivista - e poi capiremo perché - dopo essersi svegliato all’alba per andare a lavorare nei campi dove da ragazzino zappava la barbabietole. Prestatore d’opera per un anziano proprietario terriero fascista.

Quel terreno, poi diventato di proprietà della sua famiglia, che ha sempre rappresentato l’altra metà del lavoro: la fabbrica e i campi. Metalmezzadri, li chiameranno poi i sociologi. «Mio padre Giovanni, nato nel 1902, faceva il ferraiolo e nel 1948 ebbe una paresi. Per questo per me era importante trovare un lavoro».

L’episodio delle galline fu solo un incidente di percorso perché quello di Porto Marghera era un unico grande cantiere in espansione ed era chiaro che anche lui sarebbe finito lì, a lavorare all’ampliamento della centrale elettrica Volpi che con i bombardamenti della seconda guerra mondiale si era fermata, ma ora poteva ripartire grazie ai finanziamenti del Piano Marshall.

Luigi, detto Giovanin, il piccolino, all’inizio venne assunto da Sacaim, primo stipendio 14 mila lire per 12 ore al giorno, diventate 10 dopo i primi scioperi. Paga da garzone la sua: aumentava ogni 2 anni aspettando il salario da operaio, a 21 anni.

Le prime due settimane a portare seci d’acqua fresca agli operai che la centrale la stavano tirando su. «Ce n’era uno che me lo faceva portare indietro dopo averne svuotato metà, diceva che non era più fresca». Avanti e indietro, 120 secchi d’acqua al giorno. E dopo il lavoro a casa in bicicletta.

Le foto storiche di Porto Marghera, dall'Archivio Giacomelli Al Centro culturale Candiani di Mestre è aperta sino al primo ottobre la mostra "Figurazioni di un luogo" con le immagini tratte dal'Archivio Giacomelli. Eccone una selezione, si ringrazia il Comune di Venezia - VAI ALLO SPECIALE


«Certi giorni, con il vento contrario, in piedi sui pedali, non si riusciva a far girare la catena». A controllarlo, nell’orario di lavoro, c’era Orfeo Maestrello, assistente controllore che arrivava dalla Giudecca. Lo prese in simpatia e lo mise a fare il cuciniere.

Dopo 5 mesi Giovanin il salto all’archivio Sade della centrale. Lui era felice ma preoccupato. Perché si ricordava quello che gli aveva detto la maestra, Giuseppina Gregoretti, quando qualche anno prima, in una classe di 44 alunni, aveva preso la licenza elementare.

«Bravo in analisi logica e grammaticale, ma con qualche difficoltà a leggere», confessa Luigi. In archivio c’è un impiegato che lo aiutava molto, e lo consigliava: mettici buona volontà, vedrai che ce la fai. «Imparai a leggere bene, a scrivere in corsivo e anche a usare il normografo».

Quando non conosceva il significato di una parola, correva ad apriva lo scaffale dove c’era il vocabolario Malavasi. L’archivio era lo scrigno della centrale: i disegni dei progetti, degli interruttori, delle turbine. «La centrale l’ho conosciuta in archivio, la sala pompe, la sala compressori, tutti le carte e le mappe».

C'era una volta Porto Marghera: immagini dal passato Dall'Archivio della Comunicazione del Comune di Venezia, le immagini per una video scheda che racconta in poco più di due minuti l'epopea industriale di Porto Marghera

E’ in quegli anni che allena la memoria. Poi vennero i montaggi, le prove, i tubi ricoperti di amianto che cadeva giù come una pioggia sottile ma che all’epoca era solo un po’ di sporco sulle tute blu e non un presagio di morte.



Il primo gennaio del 1957 l’assunzione in pianta stabile, nei primi anni Sessanta il passaggio da Sade a Enel. Sono gli anni nella sala di comando, la centrale è il grande motore che dà la scossa all’area industriale di Marghera. Anni di turni, fino al primo aprile del 1993, giorno della pensione.

«I primi sono stati gli anni più duri e belli», dice Luigi pensando a quando era solo Giovanin, «ho imparato tutto in quegli anni. Porto Marghera, voglia o non voglia, ha dato tanti panini a tutti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

TrovaRistorante

a Venezia Tutti i ristoranti »

Il mio libro

CLASSICI E NUOVI LIBRI DA SCOPRIRE

Libri da leggere, a ciascuno la sua lista