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Processo Mose, Orsoni: «Io, vittima di un sopruso non ho mai preso soldi»

L’urlo liberatorio e la rabbia dell'ex sindaco di Venezia dopo l'assoluzione-prescrizione: «Ma è un giorno triste»

Quel che c'è da sapere sul Processo Mose

Poi si lascia andare. Rabbia e tanta amarezza. Una sofferenza durata tre anni e tre mesi. Gli arresti domiciliari, la gogna mediatica, la fine di una carriera politica. Contraccolpi anche sulla sua attività professionale di avvocato, uno dei più prestigiosi della città, addio al ruolo di Procuratore di san marco.



Nella notte fra il 3 e il 4 giugno era crollato tutto. Orsoni aveva reagito incredulo nel leggere l’ordine di arresto chiesto dai pm e dal procuratore aggiunto Carlo Nordio, accolto dal gip Scaramuzza.

Una decisione che aveva allora provocato una valanga. La caduta della giunta di centrosinistra, il governo affidato a un commissario. E nel 2015 la vittoria del centrodestra guidato da Luigi Brugnaro.

«Non ho mai preso soldi, adesso finalmente si sa», dice.

Il teorema accusatorio era fondato sulle dichiarazioni di Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova e distributore di tangenti. Federico Sutto, il suo segretario, aveva confermato di aver portato a casa dell’ex sindaco buste contenenti denaro.

«Mai visto un euro», si era difeso Orsoni. «Mazzacurati? Un rancoroso. Me l’aveva giurata per via dei tanti no che avevo osato dire».

Il più pesante, quello per la proprietà dell’Arsenale. Orsoni da sindaco era riuscito a ottenere dal governo il passaggio di proprietà al Comune del grande complesso monumentale di proprietà demaniale. Proprio l’area su cui il Consorzio aveva molte mire dopo aver restaurato Teze e capannoni.

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«Quella non me l’ha mai perdonata». Così Orsoni era finito nell’elenco degli accusati dal supertestimone Mazzacurati. Non di corruzione ma di «finanziamento illecito».

Ma nello «scandalo Mose» tutti avevano messo dentro anche l’ex sindaco. Per i pm si trattava di almeno 450 mila euro, di cui una parte «in chiaro», ma comunque proveniente da attività illecite, l’altra in nero.

Orsoni adesso è riuscito a dimostrare che quei soldi non li ha presi. All’indomani dell’arresto, in quei frenetici giorni di inizio giugno, aveva chiesto il patteggiamento.

«Non certo per ammissione di responsabilità», dice, «ma per salvare la città. Dovevamo approvare il bilancio». La sua richiesta di patteggiare (4 mesi) «però stata respinta dai pm perché ritenuta «non congrua».

LE SCUSE DEL PD? In un’intervista a Repubblica Orsoni ha ricordato il trattamento riservatogli dal Pd che lo scaricò: «Le scuse non si chiedono, al limite si porgono», ha detto, «mi lasci dire, però, che bisognerebbe dare un calcio politico a chi decise di darlo a me» «Sono felice dell’esito anche se la sentenza non mi soddisfa del tutto», ha detto Orsoni, «perchè per una parte delle imputazioni c’è l’assoluzione mentre per l’altra c’è la prescrizione. Resta però la grande tristezza e grande amarezza per quello che è successo il 4 giugno di tre anni fa».