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Sacca Sessola, da sanatorio ad albergo di lusso

Sacca Sessola, da sanatorio ad albergo di lusso

Fu inaugurata come lebbrosario nel 1936, poi l'abbandono e la rinascita. L'hotel della JW Marriott e lo splendido parco pubblico

VENEZIA. È l’isola più giovane della laguna e in un solo secolo ha compiuto una vera metamorfosi. Sacca Sessola nasce infatti attorno al 1860 da una montagna di scarti, avanzati dalla costruzione del porto commerciale di Santa Marta.

All’inizio è un cumulo di macerie di 16 ettari, accatastato in un angolo della laguna sud, vicino all’isola di San Clemente.

Oggi, dopo anni di abbandono, è il gioiello della catena americana di alberghi di lusso JW Marriott che l’ha soprannominata Isola delle Rose. Nel progetto di ristrutturazione, avvenuto dallo Studio Matteo Thun + Partners, seguendo i vincoli imposti dalla Soprintendenza, un ampio spazio è rimasto pubblico e accessibile. Tubercolosario.

Sacca Sessola, l'isola a cinque stelle griffata JW Marriott Era un cumulo di macerie avanzate dalla costruzione del porto commerciale di Santa Marta, ora (dopo il suo passato di tubercolosario) ospita un gioiello alberghiero e uno splendido polmone verde aperto al pubblico - Video Interpress

Dalla sua nascita l’isola è un deposito, sebbene si pensi già di convertirla a luogo di cura per malattie contagiose. Quando l’epidemia di colera si diffonde in tutta Europa, prima accoglie i malati di questa malattia e in seguito diventerà, nel 1914, il più grande tubercolosario di tutto il Nord Italia.

La grande struttura centrale verrà costruita a spese dell’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale, in stile razionalista.

Nel 1936 viene inaugurata in pompa magna con Vittorio Emanuele III come Ospedale Pneumologico da 429 posti letto. Lo ricorda anche un filmato dell’Istituto Luce e la Croce Lorena (croce doppia), posta all’ingresso della darsena più nascosta, riservata oggi ai vip.

L’edificio è realizzato affinché i malati possano beneficiare dell’aria e della luce, con ampie vetrate e passeggiate sulla terrazza. Proprio perché tubercolosario l’isola era autosufficiente in tutto: orto, stalle, la casa del direttore e delle infermiere, chiesetta (ora sconsacrata e adibita a spazio eventi) e si dice anche un piccolo cinema (oggi ristorante-dopolavoro).

Abbandono. Sacca Sessola è attiva come ospedale fino al 1980, poi inizia il lento declino che la porta al completo abbandono, fino al tentativo di ripresa da parte del Gruppo Cit che, a fine anni Novanta, la compra per realizzare un albergo di lusso.

Tuttavia, dopo il crollo finanziario, nel 2007 il Gruppo Cit viene acquistato (per 120 milioni di euro, tramite una procedura di liquidazione straordinaria) da Soglia Hotel Group, assistita finanziariamente da Aareal Bank AG.

Da questo momento Aareal Bank AG ne diviene proprietaria. Inizia la ripresa con il restauro dei diciannove edifici, conclusa con l’apertura il 19 marzo 2015. Pubblico e privato. Su 16 ettari di isola, solo uno è edificato. Il resto è tutto verde.

Per il restauro si è scelto lo Studio (pluripremiato) Matteo Thun che ha utilizzato la cosiddetta tecnica “box in the box”, ovvero mantenere all’esterno i vecchi muri a vista e costruire all’interno una nuova struttura.

 Gli interni sono arredati in prevalenza con aziende locali, da Artemide a Rubelli. Non mancano oggetti di design in vetro di Murano, provenienti per esempio dall’azienda Barovier & Toso.

Uno sguardo dalla terrazza verso il...
Uno sguardo dalla terrazza verso il giardino interno

 «Quando l’albergo è pieno tra personale e ospiti ci vivono un migliaio di persone», spiega la manager Linda Bertoni di Mestre.  «Il 70% del personale, circa 400 dipendenti, è locale e il restante italiano e internazionale». Il complesso è aperto da marzo a novembre. Nel periodo invernale l’isola è chiusa, a parte gli uffici commerciali. «L’hotel», prosegue, «è il fiore all’occhiello della catena americana che cerca di aprirsi alla città, dalla navetta gratuita disponibile ai Giardinetti di San Marco agli chic-nic che organizziamo su richiesta nel parco (picnic speciali, ndr), fino alle scuole che vengono a visitare il parco».

Durante i fine settimana non è raro trovare dei veneziani. «Molti vengono per uscire dal caos cittadino», racconta Bertoni. «Per prendere un aperitivo nella terrazza panoramica del Ristorante Sagra, mangiare al Dopolavoro o al Giardini, rilassarsi alla spa. Ci sono due darsene per attraccare aperte al pubblico».

Nella stanza Sapori gli ospiti possono seguire dei corsi di cucina che comunque non sono preclusi ai veneziani. Lo chef Micki utilizza i prodotti dell’orto e porta i partecipanti a scegliere il pesce al mercato di Rialto.

Un altro posto aperto (su prenotazione), è il centro benessere con piscina che dà sullo skyline veneziano, dai Colli Euganei a Palazzo Ducale. Da qui si può vedere completamente il tramonto che inonda la laguna di suggestivi colori.

A pochi passi, c’è un’area incolta con vegetazione tipica delle isole veneziane, punteggiata di tamerici e salicornie. Da qui, nel più assoluto silenzio, si ammira un paesaggio incantevole, difficilmente osservabile da Venezia. Non si sa ancora se diventerà un parco o un prato, ma è sicuro che questa zona non verrà edificata.

Il nome. Sacca Sessola è un’isola artificiale, una saca insomma, come si dice in veneziano, che piano piano ha assunto la forma che richiama una sessola, la paletta che si tiene in barca per togliere l’acqua. Da qui il nome Sacca Sessola. Entrando nel giardino dell’albergo ci si ritrova davanti alla bianca scritta cubitale Isola delle Rose.

«Abbiamo raccolto diverse testimonianze che indicavano l’isola con questo appellativo» spiega Bertoni. Nonostante non ci siano scritti a riguardo, potrebbe essere collegato al fatto che, durante lotta antitubercolinica, oltre agli appositi francobolli per raccogliere fondi, venivano effettuate campagne vendendo delle rose. Il messaggio era che i malati dovessero respirare aria buona per guarire: «Come in passato ancora oggi», conclude Bertoni ,«il nostro obiettivo è che chi viene qui stia bene, goda della quiete dell’isola e dei servizi offerti».

Il parco di palme. Dovevano avere la sensazione di camminare in un bosco, come quelli di alta montagna dove tira aria buona. Proprio per questo, quando l’ospedale si trasformò in tubercolosario, venne creata una passeggiata terapeutica con alberi ad alto fusto e ampi viali, ancora oggi aperta al pubblico.

Il parco di palme, gelsi, canfore, cedri, bagolari e tante altre specie, rientra anche tra le visite guidate dell’associazione Wigwam Club Giardini Storici Venezia che in un anno ha portato un migliaio di persone a scoprire un luogo nascosto e accessibile (www.giardini-venezia.it e pagina Fb).

La posizione dell’isola, sempre avvolta da una leggera brezza, era perfetta per i malati. «Dobbiamo pensare che a inizio Novecento non c’erano ancora rimedi per curare la tubercolosi», spiega l’ingegnere Giuliano Sacconi, tra i fondatori dell’associazione con Mariagrazia Dammico e guida del percorso nell’isola.

«Se non quello di portare i malati a respirare aria buona e nutrirli in modo sano». Il parco, come l’uliveto, si dirama a raggiera con al centro una fontana circondata da alcune palme.

Ogni viale è delimitato da apposite canalette ancora oggi funzionanti, utilizzate in modo che l’acqua piovana non creasse pozzanghere. Qui, in un ambiente ombreggiato, camminavano fino a 200 pazienti e anche più, respirando aria fresca e ammirando l’orizzonte blu della laguna.

La malattia, raccontata nei celebri romanzi La morte a Venezia o La montagna incantata di Thomas Mann, venne chiamata la peste del 19° secolo: «La tubercolosi esiste da sempre», prosegue Sacconi, «ma si diffuse con rapidità dopo la Rivoluzione industriale, quando gli operai si ritrovano tutti insieme nelle fabbriche, in condizioni modeste».

Le vittime erano in prevalenza ragazze che lavoravano in casa e non uscivano mai, come le impiraresse (le donne veneziane che infilavano le perle) o quelle che lavoravano nell’industria di fiammiferi: «Raffaello Vivante, ufficiale sanitario di Venezia nel 1911», spiega Sacconi, «fece una statistica dei primi dieci anni di malattia in città, dal 1900 al 1910, quando morirono 2710 persone. Di questi malati ben 2485 erano donne comprese tra i 15 e i 25 anni e si domandò che cosa avessero in comune e scoprì che vivevano tutte in ambienti angusti e sovraffollati, mentre chi lavorava in fabbrica respirava almeno l’aria nel percorso di andata e ritorno».

Qui i malati potevano finalmente camminare in spazi ampi, nutrirsi meglio di quel poco che magari si mangiava a casa e tentare di sconfiggere il bacillo della tubercolina. Ad aumentare la sensazione di passeggiare in un bosco c’è l’uliveto, con tronchi centenari che sembrano sculture scolpite dal vento e dal tempo.

«Sono stato chiamato dallo chef Federico Belluco», racconta Michele Savorgnano, ortolano e giardiniere veneziano, «ma non appena ho visto la quantità di olive negli alberi, ho chiesto se avevano mai pensato di fare l’olio e così è stata avviata la produzione con oltre cento litri all’anno».

Savorgnano coordina il gigantesco orto dell’isola che viene coltivato anche da Veliko Yorgov.

«Abbiamo sei orti», spiega, «l’Orto albero delimitato da tronchi di scarto, l’Orto fiorito, il Quattro Q con carciofi e altre varietà, l’Orto solo perché in disparte, l’Orto sinergico e la Serra».

Savorgnano, esperto di orti e autore del blog Spiazzi Verdi, ha presentato un progetto pluriennale di sostenibilità per arricchire il suolo con gli scarti di verde e organico (compost e pacciamatura): «Mi piacerebbe», conclude, «creare un percorso di pergole che vanno verso la laguna con sentieri di salici intrecciati per fare yoga, leggere, guardare il paesaggio».

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