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Mose, da rifare la porta della conca di Malamocco

Dopo i 400 milioni già spesi se ne dovranno investire altri 20 per la lunata. Linetti: «Chi ha sbagliato dovrà pagare, le verifiche con Techinital e Mantovani»

VENEZIA. La conca di navigazione di Malamocco è sbagliata e va rifatta. I lavori cominceranno tra poche settimane, e i costi dell’adeguamento, 18-20 milioni di euro, saranno chiesti ai costruttori e al progettista.

«Chi ha sbagliato deve pagare». Il presidente del Provveditorato alle Opere pubbliche (ex Magistrato alle Acque) Roberto Linetti annuncia il via ai lavori di adeguamento per la contestata struttura del Mose a Malamocco che doveva garantire il passaggio delle navi a barriere alzate. Costata quasi 400 milioni di euro, costruita dal Consorzio Venezia Nuova (impresa Mantovani) e progettata dalla Technital dieci anni fa, nell’epoca d’oro del Mose, quando in laguna i soldi arrivavano senza limiti e senza troppi controlli. Non ha mai cominciato il suo servizio, la conca, perché una volta ultimata, nel 2007, ha subito fatto mostrato i suoi guai.

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Inadatta. Troppo piccola per le navi portacontainer di ultima generazione. Troppo difficile per far entrare senza rischi le grandi navi dopo la costruzione della lunata di Malamocco, 1300 metri di scogliera realizzati al largo sempre dal Consorzio. Ma a parte le dimensioni inadeguate, i tecnici del Magistrato alle Acque e del nuovo Consorzio commissariato hanno scoperto che la parte «mobile» della conca, cioè le strutture sulle pareti e la porta così non possono funzionare. Troppa pressione, calcoli che non corrispondono. Lo si era visto già nel 2015, quando al primo maltempo la porta aveva ceduto. Adesso il Consorzio ha affidato alla società belga SBE l’incarico della progettazione per gli interventi ritenuti urgenti.

I lavori costeranno 18 milioni di euro. «Abbiamo scelto questa strada», spiega il presidente Linetti, «quella di rifare intanto le parti che non funzionano, per la pressione dell’acqua e sono state concepite in modo sbagliato. Spenderemo 20 milioni e non 400, perché la parte in calcestruzzo e le fondazioni resteranno al loro posto. Alla fine potremo ricavare qualche metro in più per farci passare le navi».

Infinito. Un tema che riaccende l’infinito contenzioso tra il Consorzio e le sue imprese sulla bontà dei lavori realizzati in laguna. Sono tante le criticità scoperte all’indomani della bufera giudiziaria che ha portato alla luce lo scandalo del Mose. Tangenti e consulenze, soldi in nero e pareri di esperti amici sempre positivi. Extracosti dovuti alla mancanza di concorrenza e alla necessità di accumulare fondi neri per pagare le tangenti. Ma anche errori evidenti. Come per la conca, struttura faraonica voluta dal Comune nei primi ani Duemila, quando sindaco era Paolo Costa. Quella che doveva essere una struttura per non penalizzare l’attività portuale nei giorni di chiusura delle dighe si è rivelata alla fine l’ennesima grande opera inutile.

Spreco. Monumento allo spreco, perché le grandi navi in quella conca non entrano. Adesso si è deciso di cambiarla. E il Provveditorato, Ufficio dello Stato che per legge dovrebbe controllare i lavori del Mose, ha deciso in accordo con i due commissari che governano il Consorzio del dopo Mazzacurati di far luce sulla vicenda. E di chiedere i danni a chi ha progettato e costruito la conca. Secondo le imprese la colpa è del progettista, secondo Technital di chi ha realizzato l’opera. Contenzioso che va a sommarsi a quelli sulle altre grandi realizzazioni collaterali del progetto Mose. Il jack-up, la grande nave attrezzata da 50 milioni di euro per rimuovere e trasportare le paratoie costruita da Comar e Mantovani, ancorata da anni all’Arsenale, non ha mai preso il largo perché non funziona, nonostante le riparazioni effettuate. Ma anche i danni alla scogliera del Lido, franata pochi giorni dopo essere stata collaudata. Decine di milioni di euro buttati in mare. Vicende su cui ancora indaga la Corte dei Conti, che adesso tornano alla luce. Chi pagherà i danni collaterali del Mose?

 

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