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La chimica della gloria e della decadenza

Immaginare di salire un’ultima volta sulle torce significa contemplare il vuoto, ma anche interrogarsi sul futuro dell’area

Sono gli ultimi giorni, le ultime ore, delle due torri altissime che da decenni, con le fiaccole di sicurezza, dominano il panorama industriale e portuale di Marghera e l’intera città. Sono le ciminiere della Vinyls, la fabbrica del cvm e del pvc, il cuore del vecchio petrolchimico. Ospitava buona parte della produzione più strategica, con il vicino cracking, del ciclo del cloro. Una produzione pagata in vite, salute e guasti ambientali, a causa di una programmata elusione di regole e norme.

Infine si è chiamata Vinyls, ma non era che un tassello del grande petrolchimico. Il suo declino, in laguna e in tutto il paese, non si deve solo agli alti costi energetici e ambientali e al venir meno di condizioni globali di competitività. Lo si deve alla rinuncia dell’Italia a una politica industriale moderna e lungimirante. In diversi settori, già all’avanguardia: la farmaceutica, l’elettromeccanica, l’informatica, e appunto la chimica. Se l’Italia avesse avuto verso la chimica un’attenzione pari a un decimo di quella avuta per l’automobile, non staremmo ad attendere la demolizione di queste ciminiere, la cui fine è il segno di quel più generale fallimento industriale nazionale.

Una demolizione, peraltro, che non porterà a niente, in quello spazio tra via della Chimica e il canale industriale ovest, uno dei luoghi più suggestivi di un paesaggio che resta di singolare fascino, in cui si mescolano i segni del lavoro umano, dell’avventura tecnico-scientifica di una ricerca che ha conquistato un premio Nobel (Natta, 1963), le architetture e le ingegnerie industriali, la gloria difficile di un’epoca e la sua cruda decadenza, i segni che spingono indietro nel tempo e quelli che invitano a guardare avanti, mentre l’acqua e il cielo riflettono tutto questo in colori che a volte sono il trionfo della natura ritrovata e in altre appaiono invece totalmente artificiali, incongrui, pura fantascienza, visioni lisergico-oniriche, fiammeggianti o nottilucenti. Un verso di Smoke on the Water, dei Deep Purple, descrive bene lo skyline storico di Porto Marghera: “Ci creammo un posto da spavento / Non importa cosa ci abbiamo ricavato / So che non lo dimenticheremo mai / Fumo sull’acqua, fuoco nel cielo.”

Salire un’ultima volta sulle ciminiere della Vinyls significa certo contemplare un fallimento, Il vuoto che resta là sotto. Ma significa anche provare a guardare oltre. Perché il punto non è che vengano demolite, dopo tante altre. E’ che al loro posto non ci sia niente, dopo. E per la Vinyls in effetti sarà così, amaramente.

Già luogo di una produzione fondamentale, già luogo e simbolo di lotte operaie strenue, creative, disperate: scioperi, blocchi, cortei, assemblee in fabbrica e fuori, arrampicarsi sulla cima, sul ponte del cracking, notti a vegliare al vento, al freddo, al buio, ad aspettare albe livide in tutti i sensi, accamparsi in un’isoletta della laguna per gridare di essere all’ultima spiaggia, incontrare il papa a Venezia, e subito dopo incontrare Vasco, il papa del rock, a San Giuliano, fondare un gruppo rock, i Garbato-Vinyls 176, che racconta questa storia in musica, e tanto altro ancora). Già simbolo di tutto ciò, queste ciminiere sono diventate infine il marchio di un fallimento politico e istituzionale, non meno che imprenditoriale. Tutti i tentativi di rilancio si sono infranti su avventurieri inaffidabili e sulla latitanza della politica soprattutto nazionale. Le dichiarazioni tristi di questi giorni, dei pur fieri ex lavoratori, quelle disilluse del pur tenace curatore fallimentare Pizzigati, lo confermano. Così come il silenzio stolido di tanta politica, anche locale. Ma la lezione che la Vinyls ci lascia, nel momento in cui cadono i suoi simboli giganteschi, può e deve essere messa a frutto. Da lassù prima che cadano le torri, si può appunto provare a guardare oltre.

La gran parte della chimica di base a Marghera è finita. Lascia un vuoto di lavoro, di tecnologia e di sistema. Lascia anche l’onere impervio di bonificare i terreni. Su questo punto, nei giorni scorsi, è venuto almeno un segno incoraggiante. E’ la bonifica in corso (altre ci sono già state, ancora poche tuttavia) di un’area attigua a Malcontenta, discussa pochi giorni fa con la popolazione, insieme ai tecnici di Syndial (Eni). Un segno positivo che, se ci fosse una spinta in termini di risorse e di norme più adeguate, potrebbe allargarsi, restituendo spazi preziosi alle attività produttive e alla città.

Un altro segno positivo riguarda il cuore stesso della chimica rimasta a Marghera, il cracking, gli impianti oggi di Versalis, ed è il piano che può sancire il passaggio alla “chimica verde”, sostenibile e competitiva (che fa il paio con la riconversione “bio” della vecchia raffineria lagunare). Per la prima volta, non un rattoppo o la spremitura estrema di un sistema obsoleto, bensì un investimento che guarda al futuro, l’ingresso della chimica di Marghera nel ventunesimo secolo.

Da sopra le ciminiere della Vinyls, dunque, si può vedere anche questo, oltre a tutto il resto, il bene e il male che segnano una delle più grandi aree portuali e industriali del paese. Si vede la storia, che cambia insieme al paesaggio, la fatica, l’intelligenza, la forza di chi ci ha lavorato e progettato. Si vede la latitanza istituzionale che è soprattutto nazionale, di governo e parlamento. Porto Marghera ha contribuito a fare l’Italia più ricca e potente, fornendo materie prime e seconde, semilavorati, prodotti finiti, salari e stipendi, valore aggiunto,
Pil. Non manca, oggi, chi vorrebbe dimenticarsene e abbandonarla. Non deve mancare chi invece metta energie, idee e progetti all’altezza di una storia così grande. Porto Marghera, fondata nel 1917, non deve compiere i propri cent’anni in solitudine.

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