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«Tangenti Mose, Chisso paghi 5,7 milioni di euro»

Processo in Corte dei Conti all'assessore regionale corrotto. Il pm Daino: «Condannatelo, lo chiedono gli onesti silenziosi» Intanto gli esattori hanno pignorato in Regione i suoi vitalizi

VENEZIA. «La società silente degli onesti reclama una risposta. La reclamano i suicidi di tanti imprenditori veneti, la reclama l’economia di un territorio che era traino d’Italia». Così, con queste parole durissime e con la ricostruzione di un Veneto fortemente segnato dalle vicende di corruzione, il viceprocuratore generale della Corte dei Conti Mariapaola Daino ha chiesto ieri mattina a Venezia la condanna dell’ex assessore regionale Renato Chisso a un risarcimento di 5,7 milioni di euro per i danni causati dalle tangenti del Mose. Soldi destinati alle casse della Regione. Dopo il governatore Giancarlo Galan, il magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, il braccio destro dello stesso assessore Enzo Casarin e il giudice contabile Vittorio Giuseppone, un altro protagonista dello scandalo Mose, è finito a processo davanti alla magistratura contabile. Che, accusandolo di essere uno dei maggiori precettori di mazzette per le paratoie mobili, gli ha chiesto un maxi-risarcimento. Il collegio, presieduto dal giudice Guido Carlino, si è riservato; la sentenza è attesa entro un mese.
 
Il pignoramento dei vitalizi. Intanto però, prima che dalla Corte dei Conti, il “tesoretto” disponibile di Chisso è stato aggredito da Equitalia. Nei giorni scorsi gli esattori - secondo quanto rivelato ieri in aula dal difensore dell’assessore, l’avvocato Roberto Finotto dello studio legale Forza - si sono presentati in Regione per pignorare gli emolumenti congelati dall’ente pubblico e più precisamente i vitalizi mensili (5.732 euro lordi a partire da agosto 2015), l’assegno di fine mandato pari a 88.947 euro e i contributi figurativi di 4.590 euro. La Regione, da parte sua, si è costituita parte civile.
 
«Torniamo a sdegnarci». Lo Stato vuole dall’ex assessore una somma di poco inferiore a quella chiesta a Galan, 5.742.807 euro per l’esattezza. Per il pm Daino, Chisso ha rappresentato il trait d’union tra politica e amministrazione, ed era totalmente asservito al Gruppo Mantovani. Il suo è stato un ruolo di primo piano «nel raffinato modello clientelare che gestiva gli appalti pubblici». Inoltre «ha persistentemente, serialmente, sistematicamente violato gli obblighi di servizio, disattendendoli e snaturando la sua funzione pubblica. Egli si accreditava come collettore delle mazzette, contropartita delle condotte di corruttela». E ha inciso pesantemente «con condotte criminali sulla legalità, la correttezza e la trasparenza dell’operato della Pubblica Amministrazione». Il viceprocuratore generale ha ricostruito le violazioni contestate a Chisso, facendo riferimento agli atti penali che hanno portato l’ex assessore a patteggiare 2 anni e 6 mesi (sentenza definitiva). Ha poi ricordato gli arresti del 4 giugno di tre anni fa: «Una giornata di grande silenzio», ha detto, «la comunità veneta era muta, basita e incredula. E lo è rimasta per molto tempo». C’è, ha rimarcato «la percezione diffusa di uno stato di mortificazione quotidiana della comunità dei venziani onesti». Il pm ha sottolineato come il cambiamento di condotte dei politici dipenda anche dai magistrati. E ha pertanto invocato una risposta decisa della magistratura contabile a fronte di una situazione etica definita molto preoccupante, rispetto alla quale c’è il rischio di assuefazione: «Bisogna avere di nuovo sdegno, bisogna tornare ad esprimere riprovazione», ha sottolineato.
 
Mancano le prove. Immediata la replica dell’avvocato Finotto: «La Procura invita a coltivare lo sdegno, ma qui non stiamo parlando di colpe di sistema, bensì di responsabilità individuali». Secondo la difesa, le contestazioni a Chisso sono sfilacciate, a cominciare dal riferimento al “parastipendio” (fatto di tangenti) da 250 mila euro che avrebbe percepito tra il 2005 e il 2013. «In realtà non si sa quando, non si sa come tali soldi sarebbero stati versati. E non si sa dove siamo finiti».
Il legale si è soffermato sui principali accusatori parlando di un “quadrilatero”, «un’immagine geometrica che suggerisce una tetragona inespugnabilità, ma la realtà è diversa» e il «quadro probatorio può essere benevolmente definito oscuro». 
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