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Protesi all’anca difettosa, ora chiede 200 mila euro

Maestro vetraio di Burano era stato operato dieci anni fa all’ospedale di Jesolo e si è dovuto sottoporre a un nuovo intervento. La richiesta alla ditta produttrice

JESOLO. L’intervento chirurgico di inserimento della protesi all’anca doveva migliorargli la vita. Ma è stato accertato che il dispositivo fosse difettoso, con il risultato che la fase post operatoria si era rivelata un calvario e G.M., maestro vetraio di Burano che oggi ha 57 anni, si era dovuto sottoporre a una seconda operazione. A dieci anni dall’impianto, seguito dall’avvocato Giorgio Caldera, l’uomo chiede i danni alla ditta produttrice delle protesi: 200 mila euro per quanto patito a causa dell’intervento chirurgico per “artroprotesi non cementata all’anca sinistra” effettuato il 5 giugno 2007 nel reparto di Ortopedia dell’ospedale di Jesolo.

Nell’aprile 2012, dopo che da un anno il maestro vetraio aveva iniziato ad accusare dolori all’anca operata, era stato contattato dall’ospedale di Portogruaro e invitato a sottoporsi ad accertamenti in occasione dei quali apprendeva che la protesi era risultata difettosa e avrebbe potuto rilasciare nel sangue significativi quantitativi di cobalto. Le indagini mediche a cui l’uomo si era quindi sottoposto avevano effettivamente evidenziato un valore anomalo (più del doppio rispetto al valore soglia) per il cobalto nel sangue, associato alla presenza di dolore nonché di un versamento articolare. Era stato quindi necessario procedere alla rimozione della protesi visto che il quadro clinico del paziente presentava aspetti di criticità. L’intervento non era servito a rimediare al quadro accertato di “metallosi”.

Pesanti le conseguenze di quanto successo sulla vita del maestro vetraio che nel 2014 era stato dichiarato non idoneo a svolgere l’attività lavorativa fino ad allora svolta, pur essendo ben lontano dall’età della pensione. E poi le ripercussioni dal punto di vista fisico e psichico nell’aver appreso di essere stato portatore di un impianto difettoso, pericoloso e che ha compromesso in via permanente la sua salute.

Le protesi in questione erano state prodotte da Depuy International Ltd e distribuite da Depuy Italia spa, successivamente assorbita da Johnson & Johnson Medical spa. Pur avendo quali interlocutrici importanti multinazionali, l’avvocato Caldera non è riuscito a concludere la vertenza con un accordo stragiudiziale per

ottenere il risarcimento dei danni. G.M. quindi è determinato a rivolgere la domanda di risarcimento al tribunale civile di Venezia cui è stata avanzata una richiesta che, considerato anche il danno patrimoniale derivante dalla compromissione dell’attività lavorativa, ammonta a 200 mila euro.

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