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Punti nascita piccoli. Ricorso al Tar: insicuri

Ginecologi e ostetriche contro la Regione per i sette presìdi veneti con meno di 500 parti all’anno. «Rischiosi per le mamme e per i bebè»

VENEZIA. I punti nascita con meno di 500 parti, riorganizzati dalla giunta del Veneto con standard qualitativi diversi rispetto a quelli stabiliti dall’accordo Stato-Regioni, non sono sicuri per mamme e bambini. Lo sostengono ginecologi e ostetriche che hanno depositato al Tribunale amministrativo regionale (Tar) un ricorso contro la Regione sollecitando la cancellazione di parte della delibera con la quale - in deroga alle disposizioni nazionali- il Veneto mantiene reparti in cui nascono pochi bambini e adottano per essi parametri diversi rispetto a quelli nazionali. Una riorganizzazione, quella della Regione, adottata per salvare i punti nascita più piccoli e, in quanto tali, a rischio chiusura. Sono sette quelli con meno di 500 parti annui: Venezia, Pieve di Cadore, Piove di Sacco, Adria e Trecenta nel Rodigino, Asiago e Valdagno nel Vicentino. Su quest’ultimi si concentra il ricorso, ma altri presidi sono finti sotto la lente: quelli con meno di 1000 parti , la soglia alla quale si dovrebbe tendere ai sensi dell’accordo Stato-Regioni del 2010 e del successivo decreto ministeriale del 2015. Sono 25 le strutture del territorio che rientrano nella categoria “tre stelle” che prevede un numero di parti tra 500 e 1.500: tra gli altri Belluno e Feltre; Castelfranco, Conegliano, Vittorio, Montebelluna e Oderzo; Dolo, Mirano, Chioggia, San Donà e Portogruaro (qui il punto nascita è sospeso da mesi in vista di una riorganizzazione); Abano, Schiavonia, Cittadella e Camposampiero.

Nelle scorse settimane erano già scese in campo la Società Italiana di Pediatria e quella di Neonatologia che, in una lettera al governatore Luca Zaia avevano espresso preoccupazione per la delibera 2238 del 23 dicembre 2016 con cui veniva ufficializzata la persistenza dei punti nascita sotto i 500 parti. Ora la protesta è finita davanti al giudice con il ricorso firmato dall’Aogoi (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani) e dalla Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) contro la Regione, il ministero della Salute e l’Usl 6 Euganea. L’obiettivo è l’annullamento e la sospensione della parte della delibera in cui si prevede «il mantenimento di punti nascita in deroga a quelli previsti dall’accordo Stato-Regioni del 16 dicembre 2010 e dal decreto ministeriale 11 novembre 2015, in particolare per ciò che attiene al mantenimento di punti nascita con meno di 500 parti annui e agli standard qualitativi».

Diverse le criticità a cui il ricorso fa riferimento e in particolare alla presenza del pediatra per sole tre ore al giorno anziché per tutto il giorno, del ginecologo per 12 ore al giorno anziché per 24 e la non previsione di una sala operatoria sempre pronta e disponibile h 24 per le emergenze ostetriche nel blocco travaglio-parto. «È di immediata evidenza che la sicurezza dei punti nascita, quali essi siano, deve avere parametri assoluti con la presenza di un pediatra neonatologo h 24, di un ginecologo h 24 e di un anestesista h 24», si legge nel ricorso, «e non come disposto nella delibera impugnata, che prevede punti nascita con il ginecologo reperibile (il quale dovendo occuparsi del reparto non potrà occuparsi del pronto soccorso e dalla sala parto) e con il pediatra presente solo tre ore al giorno cosicché questo modello, che offre servizi indispensabili in fase di parto solo per poche ore al giorno (come fosse prevedibile il momento della nascita), mette a rischio la sicurezza delle madri e dei nascituri e al tempo stesso dei sanitari messi allo sbaraglio in reperibilità». La Regione ha salvato i punti nascita più piccoli appellandosi alle difficili condizioni orogeografiche; condizioni che nel ricorso vengono ritenute insussistenti per molte strutture. «Il ricorso presentato è unico in Italia perché solo il Veneto ha deciso questa disciplina differenziata», spiega l’avvocato Roberto Righi che ha curato il ricorso, «Il problema degli ospedali piccoli non è solo legato alla statistica per cui dove ci sono meno parti, c’è meno “allenamento” della équipe medica, ma soprattutto alla mancanza di dotazioni necessarie per la sicurezza». Contestazione respinta con decisione dalla Regione che si opporrà al ricorso: nei punti nascita più piccoli, fa sapere l’assessore Luca Coletto, non vengono fatti interventi complessi e la sicurezza è garantita.

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