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’Ndrangheta, era caccia alle aziende

L’associazione a delinquere guidata da Anello e Garruzzo le comprava, spolpava per poi farle fallire

Tanto e tale era il vortice di truffe messo in piedi dall’associazione per delinquere guidata da Michelangelo Garruzzo e Antonio Anello, per rilevare aziende in difficoltà nel Veneziano; fare acquisti di ogni tipo per milioni di euro, non saldando mai i conti ai fornitori; portare vongole, carne, frutta, carburante in Calabria e poi far fallire le imprese veneziane, che trovare tante “teste di legno” alle quali intestare le società e capaci di reggere il gioco, non era sempre facile.

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Tanto e tale era il vortice di truffe messo in piedi dall’associazione per delinquere guidata da Michelangelo Garruzzo e Antonio Anello, per rilevare aziende in difficoltà nel Veneziano; fare acquisti di ogni tipo per milioni di euro, non saldando mai i conti ai fornitori; portare vongole, carne, frutta, carburante in Calabria e poi far fallire le imprese veneziane, che trovare tante “teste di legno” alle quali intestare le società e capaci di reggere il gioco, non era sempre facile.

«Un’impressionate sequela di aggressioni truffaldine all’altrui patrimonio», scrive il giudice David Calabria nell’ordinanza con la quale li ha fatto finire in carcere per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e alla bancarotta i due compari in odor di ’ndrangheta - entrambi già raggiunti da misure di prevenzione perché vicini alle cosche Pesce e Fiarè - su richiesta della Procura antimafia e al termine di un’indagine dei carabinieri del Nucleo di polizia giudiziaria.

Caccia alla ditta da spolpare. Negli anni è stata continua la ricerca di nuove aziende veneziane da acquisire, sfruttare e far fallire: decine le telefonate intercettate durante l’inchiesta. «Ti volevo chiedere, hai qualche aziendina sottomano che potremmo prendere noi», chiede ad esempio nel maggio del 2013 Aiello alla consulente finanziaria veneziana Grazia Vercelli, «qualcosa sottomano da mettere noi l’amministratore oppure con l’amministratore da poter lavorare?». La risposta: «Ebbè. Queste mi capitano di continuo», «qualcosa c’è sempre dipende poi dagli accordi».

Azienda «bella, nuova e fresca», come vuole Garruzzo. Obiettivo: acquistare merce di ogni tipo a nome delle società, non pagarla, trasferirla in Calabria «dove veniva rivenduta ad un prezzo pari a circa il 50% di quello del mercato», scrive il gip.

Prestanome impresentabili. Il trucco è intestare le società a “teste di legno” - scrive il gip Calabria - «per ostacolare l’identificazione dei reali amministratori e riversare le responsabilità delle truffe e bancarotte su soggetti privi di capacità reddituale». Ma alle volte il rischio di essere scoperti perché i sodali (liquidati con qualche migliaio di euro) non sono all’altezza di reggere il gioco è grosso: «Alfonso (Nacchia) è impresentabile!», dice Domenico Anello al padre Antonio, che risponde: «Gliel’ho detto, mi sono pure incazzato con Rocco (Pellegrino) stamattina: non lo puoi portare in banca (....) non è presentabile (...) non sa parlare, non parla!». E il figlio: «Sono andato pure io mò e mi sono messo pure il cappotto, la giacca, ma con lui...rispondevo io all’impiegata».

Gli indagati veneziani. Il pm antimafia Giovanni Zorzi aveva chiesto 23 custodie cautelari in carcere e 6 ai domiciliari (il giudice ha concesso solo l’arresto del due calabresi e 6 misure minori). Tra gli indagati molti veneziani, per lo più “teste di legno”: Omar Gianduzzo (Ceggia) amministratore della Logistica Gm di Noventa; Sauro Veronese (Favaro Veneto) amministratore della X Motor di San Donà; Silvano Zornetta (Eraclea), Alberto Vallese (Jesolo) amministratore della Gasoline Officina; Massimo de Silvestro (Santa Maria di Sala), Catia Pasqualetto (Mirano) che si è spacciata per mediatore immobiliare per l’acquisizione della mestrina Chinellato, Alessandro Moretto (Portogruaro), Fabio Gianduzzo (Quarto d’Altino) amministratore X Motor.

Protesti? Ti minaccio. È quanto successo a un commesso del supermercato Bafile Market di Jesolo, gestito dalla banda. Nell’agosto del 2015, il giovane protesta perché non riceve la busta paga da 1300 euro. Arriva Aiello lo schiaffeggia, spintona e minaccia gravemente: «Anello, visibilmente arrabbiato mi afferrò per un braccio e mi trascinò nel retro bottega, iniziando ad inveire nei miei confronti e minacciando che se mi fossi recato dai sindacati mi avrebbe picchiato, ricordandomi che sapeva l’indirizzo di casa e sarebbe venuto a prendermi. (...) Venni letteralmente circondato da altri individui nel retro bottega (...) un individuo che fingeva si fare la spesa si avventò su di me, minacciando che mi avrebbero “abbuffato di botte” se fossi andato ai sindacati». Urla che la fidanzata del giovane sente dalla strada.

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