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Bonifiche a Marghera: 600 milioni dalle aziende ma il marginamento è incompleto

L’infinita storia della messa in sicurezza dell’inquinato ex sito industriale

MARGHERA. Da grandi società come Eni, Alcoa, Montedison, Solvay, Sapio e Fincatieri, fino alle municipalizzate Veritas, Ive, Amv e Pmv controllate dal Comune di Venezia. In tutto sono una cinquantina le aziende che fien 2016 risultano avere pagato – attraverso le transazioni sottoscritte con il ministero dell'Ambiente dal 2001 al 2012 – quasi 600 milioni di euro a titolo di risarcimento dei danni ambientali causati.

Soldi utilizzati , almeno nelle intenzioni, per mettere in sicurezza la laguna con una muraglia di marginamento di 42 chilometri lungo le sponde delle Macroisole del Sito di interesse nazionale (Sin) di Porto Marghera.

Gran parte di questi soldi (537.763.468) sono finiti al ministero dell'Ambiente – altri 12 milioni alla Regione Veneto e quasi 6 milioni all’ex Magistrato alle Acque, oggi Provveditorato alle Opere Pubbliche – per pagare i 38 chilometri già realizzati da un consorzio di aziende tra le quali figura l’onnipresente Gruppo Mantovani. In totale sono stati spesi fino ad oggi ben 780 milioni di euro per mettere in opera tutte le palancole metalliche che sprofondano fino a 22 metri sotto i fondali e isolano le sponde dei canali industriali e delle Macroisole di Porto Marghera. Le palancole convogliano le acque che filtrano dai terreni avvelenati, in una condotta drenate (collegata al depuratore Pif di Fusina) per ripulirle di arsenico, cromo, mercurio, nichel, idrocarburi e composti organo-clorurati che, purtroppo, continuano a finire in laguna, nel mare e nella falda finchè l’opera di costruzioen della muraglia non sarà completata del tutto.

Macano ancora le ultime rate da saldare a carico di alcune aziende poco più di 30 milioni di euro che non bastano di certo per terminare l'opera di marginamento che metterebbe, finalmente, in sicurezza la laguna. Come segnalato dalla Commissione parlamentare d'Inchiesta sugli illeciti ambientali e il traffico di rifiuti, presieduta da Alessandro Bratti, ci vogliono ancora almeno 250 milioni d'euro (già lievitati a 300 secondo il Provveditorato) per completare i 3,5 chilomentri di marginamento che interessano, tra l 'altro, la Macroisola Nord dove si trovano Fincantieri e la Raffineria e pezzi del Nuovo Petrolchimico e Fusina. Nel “Patto per Venezia”, sottoscritto dal sindaco Brugnaro e dall'ex premier Renzi nel dicembre scorso, questi 250 milioni sembravano a porta di mano, ma si trattava di un “bluff” visto che il ministero dell'Ambiente è in grado di sborsare solo 72 milioni di euro (grazie al Fondo di coesione europeo), mentre gli altri 128 milioni non ci sono nella Finanziaria 2017 e non arriveranno, come promesso, neanche quest'anno. Come se non bastasse, le palancole della muraglia drenante già posizionate – come dice la relazione conclusiva della Commissione parlamentare d'inchiesta e come documentato dai sopralluoghi di un gruppo di attivisti del M5S veneziano, nonchè dalle analisi dell’ex Magistrato alle Acque _ sono già soggette a erosione e dispersione di metalli pesanti. «E' triste e preoccupante che i soldi recuperati attraverso i processi e le transazioni ambientali a carico delle aziende che hanno inquinato siano stati spesi per un'opera che non è stata completata _commenta il senatore Felice Casson che da magistrato portò a processo Eni e Montedison per l'inquinamento ambientale e per gli operai morti e malati a causa del cvm _. E poi non è bello vedere che lo stesso comune di Venezia non ha pagato tutta la somma prevista dalla transazione sottoscritta dalle sue controllate Veritas, Pmv e Ive». Casson sostiene che il protocollo firmato nei giorni scorsi dal sindaco Brugnaro e dal ministro Galletti «in primo luogo non ha nessun vincolo giuridico, come non ce l'ha l'irrealizzato protocollo per il Vallone Moranzani e in ogni caso mette sul piatto per il marginamento soltanto 72 milioni, mentre la somma restante per completare il marginamento, nessuno li ha visti. Intanto, senza la muraglia completa e il collegamento con il depuratore di Fusina si continua a non garantire l'effettiva messa in sicurezza di Porto Marghera che è la promessa alle bonifiche vere e proprie dei terreni che non sono nemmeno cominciare in gran parte delle aree industriali dismesse».

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