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«Veneto orientale in ritardo servono opere strutturali» 

Cereser, sindaco di San Donà: «L’urbanizzazione selvaggia ha provocatodei danni enormi. Noi abbiamo invertito il trend, ma c’è precarietà diffusa»

SAN DONA'. Nei 50 anni dall’alluvione, San Donà non ha ancora dimenticato. E il sindaco Andrea Cereser ammonisce: «Siamo ancora a rischio». Quelle immagini dei campi allagati, le carcasse degli animali che galleggiavano, le fughe dalle case coloniche, sono ancora un ricordo impresso negli occhi di chi le ha vissute. San Donà e Jesolo finirono sott’acqua e tutto il Veneto Orientale pagò un altro tributo con le popolazioni in ginocchio. Oggi nelle sale del Consorzio di bonifica sarà inaugurata anche una suggestiva mostra fotografica. Un Comune su tre è a rischio idrogeologico, secondo “Ecosistema rischio 2016”, dossier annuale di Legambiente. Ma da allora nulla è stato fatto per evitare che questo fenomeno possa ripetersi.

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«Eppure storicamente eventi così catastrofici avvengono ogni 80-100 anni», dice il sindaco Cereser, «quindi inevitabilmente accadrà di nuovo, e neppure troppo in là nel tempo. Semmai da allora la situazione è peggiorata, con una antropizzazione incomparabilmente maggiore lungo le rive del fiume. Lo stesso rapporto di Legambiente ribadisce, per l'ennesima volta, le responsabilità dell’urbanizzazione selvaggia, anche recente, come principale fattore di rischio. Gli enti locali, dal canto loro, hanno compiuto alcuni importanti passi in avanti. La pianificazione urbanistica è molto più attenta, e ne è un esempio il Comune di San Donà, con i suoi 20 ettari di terreno edificabile riconvertiti in agricolo. Si estende la collaborazione con il volontariato sulla Protezione civile. Ma situazioni di precarietà sono ancora molto diffuse. È urgente porre rimedio. La commissione De Marchi, studiando l’evento del ’66», ricorda, «indicò l’efficacia di bacini in grado di raccogliere lo sfogo dei fiumi prima che le acque arrivino nelle zone arginate. Ed è esattamente quanto si sta facendo sul Bacchiglione, responsabile della catastrofica alluvione del 2010 nel Padovano e nel Vicentino. Al contrario, in quello che era stato individuato come bacino di laminazione per il Piave, a Falzè, è sorta una zona industriale. E chi le sposta più le fabbriche, adesso? Dovremmo concludere che ci tocca attendere inermi il prossimo evento prima di sperare in qualcosa di strutturale? Io rispondo di no. Io rispondo che nella Venezia Orientale servono urgentemente interventi analoghi a quelli attuati nel Vicentino. E, accanto a ciò, serve potenziare la Protezione civile, attrezzando una sede distrettuale che lavori per tutto il Sandonatese e il Basso Piave. Una possibile sede potrebbe essere la caserma Tombolan-Fava dove gli spazi ci sono già e dove è in atto un recupero ad opera del Comune di San Donà».

Oggi con la mostra “A 50 anni dall’alluvione del 4 novembre 1966”, il Consorzio di bonifica Veneto Orientale ricorda il tragico evento con un convegno nella “Sala Ronchi”. E sono esposte le foto di Angelino Battistella, Aldo Milanese e altri autori.

 

 

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