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Rovina e morte dai grandi fiumi 120 vittime e danni per miliardi

Tagliamento, Livenza e Piave allagano le campagne e distruggono strade e ponti, il bestiame affoga Fanno paura anche Brenta, Bacchiglione e Lemene: si rompono gli argini e l’acqua porta distruzione

Centoventi morti. E un disastro generale, con tutti i comuni della provincia alluvionati. Mentre il mondo parla di Firenze e Venezia, con il passare delle ore emerge nella sua gravità la tragedia del Nord-Est. La regione ricca di fiumi ha subìto proprio dalle sue acque una ferita mortale. I grandi fiumi alpini hanno trascinato a valle morte e distruzione, quelli di risorgiva come il Sile e il Lemene hanno allagato la pianura. Le grandi piene hanno provocato le rotte degli argini e danni incalcolabili.

Il 3 novembre 1966 le condizioni meteo sono preoccupanti, mai viste prima. 38 ore di pioggia intensa e continua rovesciano sul Veneto fino a 750 millimetri d’acqua, più di quanta ne era caduta l’anno precedente in un mese. Livelli idrometrici e mareografici superiori a quelli mai documentati nella storia di Venezia. Le conseguenze sono disastrose. Le rotte e i sovralzi degli argini causano distruzioni di edifici, strade e ponti, la morte per annegamento di migliaia di capi di bestiame.

Sul Tagliamento, il 3 novembre, quattro rotte del grande fiume provocano un’onda distruttrice su Latisana e Carbone. Il Livenza rompe gli argini in più punti nella zona di Motta, sul Piave si segnalano ben 14 rotte degli argini. Situazione ancora più grave in alta montagna, dove gli affluenti del Piave come Boite, Ansiei e Cordevole seminano morte e distruzione. La portata dei torrenti non riesce a contenere la grande massa d’acqua che scende a valle. Unica eccezione, l’Adige. Rotte e allagamenti dal suo affluente Avisio, a nord di Trento e anche 12 rotte degli argini nell’area trentina. Ma a sud di Rovereto i danni sono contenuti. Merito della galleria di Torbole, costruita dal Magistrato alle Acque negli anni Cinquanta, che entra in funzione nel pomeriggio del 4 novembre. Scaricando le acque del fiume alpino nel lago di Garda. Settanta milioni di metri cubi d’acqua alzano il livello del lago di 20 centimetri. Così l’Adige è in parte svuotato, e il pericolo passato.

Escono dagli argini anche gli altri importanti fiumi veneti, a cominciare dal Brenta, che si porta via case e pezzi di montagna in Valsugana. Il Bacchiglione a Vicenza e Padova, il Sile, il Lemene. E, naturalmente, il Piave. Che rompe in ben 14 punti. Nella sera del 4 novembre il Piave supera di sette metri e mezzo il livello di guardia. E continua a crescere, al ritmo di 14 centimetri l’ora. Esce dagli argini a Musile e San Stino, grande allarme a Nigrisia e a San Donà di Piave, rimaste isolate per giorni. Il Lemene si trasforma da tranquillo fiume di risorgiva in torrente in piena che allaga le campagne. Rompe all’altezza di Sindacale e del ponte sulla Triestina, cancella paesi come Torre di Fine dalla carta geografica. Paure e storie che si intrecciano. Foto in bianco e nero che tramandano il dramma vissuto allora. Come la gente che fugge dalle case allagate, portata in salvo dalle forze dell’ordine e anche - a Chioggia e Pellestrina - dai pescatori. I contadini che si rifugiano nelle chiese, portando con sé anche i loro animali, unico modo per farli scampare all’annegamento. Gli uomini delle campagne che costruiscono improvvisate dighe in legno per cercare di fermare la forza delle acque.

Il dramma appare nelle sue vere dimensioni solo all’alba del 5 novembre. Nel Veneto sono stati allagati 173 mila ettari di terreno, di cui circa un terzo (51 mila) nella provincia di Venezia, 30 mila a Padova, 28 mila a Treviso. Le acque dei fiumi arrivano in laguna e si aggiungono a quelle dell’Adriatico, provocando a Venezia la marea più alta di sempre, 194 centimetri sul medio mare.

Un evento meteorologico eccezionale mette a nudo i punti deboli del sistema idrogeologico del Veneto. Fiumi fino ad allora sfruttati per la produzione di energia idroelettrica in alta montagna, imbrigliati in deviazioni e dighe. Mai veramente rispettati e controllati. Così anche torrenti dal toponimo rassicurante (Ru Secco, Grava Secca) si trasformano in fiumi dal potenziale distruttivo enorme.

Il Veneto, ma anche il Trentino e il Friuli, contano i loro morti e i danni. Cinquant’anni fa stimati in “400 miliardi di lire” di allora, qualche miliardo di euro di oggi. Passata l’emozione, sulle pagine dei giornali e sui libri di storia

restano Firenze e Venezia, le città d’arte ferite nel loro patrimonio artistico, e la solidarietà internazionale per salvarle. Si dimenticano presto i territori sfregiati dai fiumi. E i 120 morti che l’alluvione del 4 novembre portò nel fragile territorio veneto.

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