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“Fronte di Venezia” e Montanelli querelati da sindaco e notabili Dc

«O sono inetti o sono ladri», «In laguna c’è il Far West» le accuse mosse nel 1969 dall’allora direttore del Corriere, Favaretto Fisca al contrattacco: riflettori del mondo accesi sul “sacco” delle barene

L’Aqua Granda in tribunale. Il “Fronte di Venezia” e Indro Montanelli, allora direttore del Corriere della Sera, da una parte, il sindaco Favaretto Fisca e i notabili della Dc di allora dall’altra. Ben prima dello scandalo Mose, tre anni dopo l’alluvione del 1966, la salvaguardia va a processo. Finirà con il ritiro delle querele, dopo un anno di udienze seguite dai giornali di mezzo mondo.

La ferita di Venezia oltraggiata dal mare è ancora aperta. La polemica altissima. Ignorati per anni gli allarmi degli scienziati, che avevano previsto (quasi) tutto. Il “sacco della laguna” continuava. Con l’apertura del nuovo Canale dei Petroli, autostrada per le petroliere nel cuore della laguna, una via d’acqua profonda venti metri che avrebbe aumentato in modo esponenziale la frequenza delle acque alte. La zona industriale di Marghera e gli interramenti avevano fatto il resto. «Far West sulla laguna» il titolo di Montanelli che apre le ostilità. Denuncia la grande speculazione di quegli anni per acquistare i terreni in barena e rivenderli a peso d’oro. Si sta progettando la Terza zona industriale, sostenuta dalla Democrazia cristiana, dal sindaco Favaretto Fisca e dal medievalista Wladimiro Dorigo.

«O sono inetti o sono ladri», dice Montanelli in un’intervista ai settimanali il Mondo e l’Espresso. Italia Nostra e il “Fronte per la difesa di Venezia” guidato da Pino Rosa Salva stampano manifesti e li affiggono sui muri della città. Insieme al foglio nero con le paratoie “mostruose dentiere” in laguna. In quattro querelano. Con Favaretto Fisca il presidente del Consiglio regionale Vito Orcalli, l’ex segretario provinciale dello Scudocrociato Giorgio Falcon, il consigliere comunale Michele Grandesso. Altre querele arrivano dall’Unione indiustriali e dal Consorzio di bonifica di Marghera. Battaglia durissima. Udienze nel Tribunale di Rialto con il pubblico tenuto a bada dai carabinieri. Le denunce prefigurano quello che succederà anche negli anni successivi. «Rispetto al 1920», si legge nei manifesti del Fronte, «un terzo di laguna è stato distrutto. Valli arginate, bonifiche e zone industriali. Sono stati imboniti 20 mila ettari di laguna». Il Fronte raccoglie giovani di varie tendenze politiche: destra, sinistra, liberali. La sede è in un magazzino a piano terra di Santa Maria Formosa, accanto alla chiesa Valdese. L’attività frenetica.

I manifesti che accusano la Dc, il sindaco e il partito di avere attuato una «grande speculazione che ha causato la crisi ambientale della laguna», convincono i notabili a chiedere l’intervento della magistratura. Succederà anche un quarto di secolo più tardi. Il settimanale Il Mondo pubblica un servizio a firma Gianfrancesco Turano e Enzo D’Antona dal titolo “Le idiozie che costano miliardi”. Il Mose in copertina. Italia Nostra fa stampare manifesti con la copertina e li attacca sui muri della città. Venticinque anni dopo il Fronte, è il potente Consorzio Venezia Nuova, nel frattempo istituito come soggetto monopolista della salvaguardia dalla seconda Legge Speciale del 1984, a chiedere i danni a Italia Nostra e al suo segretario veneziano il ricercatore Riccardo Rabagliati. 500 milioni di lire di allora. Querela poi ritirata.

Come viene ritirata alla fine la querela dei quattro potenti democristiani contro Montanelli e gli altri 29. Pareggio in Tribunale. Ma l’effetto mediatico è enorme: tutto il mondo parla di Venezia. Non più soltanto per le ferite dell’Aqua Granda, l’alluvione e le maree. Ma per la “compatibilità” dello sviluppo con il suo delicato ecosistema.

Per l’influenza che lo scavo dei canali profondi per far passare le grandi navi (allora soltanto petroliere e navi commerciali) ha sulla sua conservazione. Un dibattito che ancora oggi, 50 anni dopo l’acqua alta più alta di sempre, è ancora di stretta attualità.

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