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Cooperative sociali: «Servono 10 mila addetti»

L’esternalizzazione dei servizi crea posti di lavoro. Terza età e immigrazione per prime

SALZANO. «Tra quattro o cinque anni il Veneto, tra servizi alla terza età e all’immigrazione, avrà bisogno di almeno 10 mila addetti in più nella cooperazione sociale». Ad affermarlo è Gianfranco Magnoler, presidente della Cssa, cooperativa di Spinea che ieri in filanda a Salzano ha chiamato a raccolta il mondo del terzo settore e delle cooperative per parlare delle nuove prospettive di welfare in Veneto.

Un faro sul futuro, in un’epoca di cambiamenti epocali dettati soprattutto dalle migrazioni in atto nel nostro Paese e dall’invecchiamento progressivo della popolazione: «Sarà anche un’occasione occupazionale», spiega Magnoler, «grazie alle nuove tecnologie e formule organizzative ci sarà un’opportunità di lavoro importante nel nostro territorio».

Cooperative venete sempre più protagoniste dunque nei servizi che fino a ieri erano appannaggio dei comuni e di pochi altri enti territoriali: oggi il sociale prende sempre più la strada dell’esternalizzazione, lasciando agli enti la prerogativa di governare i fenomeni e stabilire le priorità d’intervento. «Siamo gli unici che crescono», precisa Magnoler, «perché cresce la domanda di servizi e l’impossibilità del pubblico di gestirli in esclusiva».

L’immigrazione, in questo senso, rappresenta già un’opportunità di crescita per il settore della cooperazione sociale: «A patto che sia governato a dovere», precisa l’assessore regionale ai Servizi sociali Manuela Lanzarin, «siamo di fronte a un’emergenza nella quale non abbiamo un ruolo, dove il territorio viene di fatto scavalcato e risulta pertanto comprensibile anche il rifiuto di molti comuni a fare la propria parte. Però non ci sottraiamo alle nostre responsabilità: i profughi parteciperanno alle politiche di integrazione, i cosiddetti migranti economici no. Il filtro però va fatto all’origine, non qui: l’attuale gestione, e i fatti di Cona lo dimostrano, non sta funzionando».

«Il modello di welfare, non solo italiano, ma europeo, non è più sostenibile, perché è nato per pochi, come sistema chiuso», aggiunge Patrizia Messina, dell’Università di Padova, «oggi con l’immigrazione in atto quel modello è entrato

irrimediabilmente in crisi, perché si è aperto. Serve ripartire dai territori: il benessere non può più essere solo affare dello Stato, ogni ambito territoriale deve avere il suo modello. Vietato standardizzare. Ecco che qui entrano in gioco cooperative e associazioni».

Filippo De Gaspari

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