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Woody Allen, un clarinetto per la ricostruzione

Era atteso in concerto l’1 marzo, fu il primo a suonare devolvendo tutto l’incasso alla città

La notizia lo raggiunse mentre era dall’altra parte del mondo. «No, la Fenice no. La Fenice non doveva bruciare» furono le prime parole di Woody Allen quando un suo collaboratore gli comunicò che uno dei suoi teatri prediletti, in una delle sue città preferite, stava bruciando come un cerino nel gelo e nel vento di fine gennaio. Provò a sdrammatizzare dicendo che certo, la Fenice era bruciata perché lui avrebbe dovuto andarci a suonare. Due mesi dopo, l’1 marzo 1996, arrivò in laguna. Era la data prevista per il suo debutto europeo da musicista, il palco doveva essere, per due sere di fila, proprio quello della Fenice. Si esibì, invece, al Goldoni con il suo clarinetto, decise di devolvere l’incasso della serata per la ricostruzione del teatro e il giorno dopo, mano nella mano con Soon Yi, visitò le macerie in campo San Fantin. «Voglio vedere cosa è successo e rendermi conto personalmente del grande dramma che ha colpito non solo Venezia, ma il mondo intero». Camminò lungo i brevi percorsi resi agibili dai vigili del fuoco, salì con lo sguardo sul cumulo di macerie, abbracciò l’enormità della sciagura e si commosse.

Otto anni dopo, nel dicembre 2004, Allen tenne quindi un altro concerto al teatro Malibran: un assaggio della serata per la quale avrebbe dovuto aspettare altri sei anni. Il 30 marzo 2010, infine, il regista Allen fece il suo ingresso tra gli stucchi e i velluti del teatro.

Sottoscrizioni furono aperte in tutto il mondo. Tra le altre, quella del Gruppo L’Espresso-Repubblica, che arrivò a raccogliere un miliardo di lire.

Luciano Pavarotti annunciò che avrebbe tenuto un concerto in favore del teatro da ricostruire. Claudio Scimone, direttore dei Solisti Veneti, confidò: «Quando ho saputo, ho pianto, per il ricordo dei meravigliosi artisti che la Fenice mi ha fatto ascoltare». Il maestro Peter Maag che vi aveva diretto opere e concerti, era prostrato: «Mi addolora la perdita anche spirituale che questa sciagura rappresenta». Fred Plotkin, già direttore del Metropolitan Opera House di New York, che da studente a Venezia aveva fatto la comparsa alla Fenice, lanciò un appello per la raccolta fondi dalle colonne del New York Times: «È andato distrutto un tempio della lirica al quale tutto il mondo deve moltissimo».

Dalle colonne del nostro giornale, il maestro Giuseppe Sinopoli scrisse toccanti parole di ricordi, anche personali, legati al teatro, agli stucchi, ai velluti di quella «scatola sonora» che aveva in sé «qualcosa di faceto, di arguto, di scherzoso, che raccorciava le distanze tra la platea e i palchi, che avvicinava il loggione alla platea, come nelle

calli e nei campielli della città». Chiudeva con una speranza: «Il simbolo della Fenice concede la rinascita, non la morte. Il nostro teatro risorgerà». Così fu: ma il maestro Sinopoli non potè vedere. Morì, giovane, nel 2001, due anni prima della rinascita del teatro che tanto aveva amato.

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