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Vent'anni fa l'incendio della Fenice

Il racconto di quella notte terribile per Venezia: i crolli, la paura, gli atti di eroismo e la promessa: "Risorgerà" | TIMELINE

VENEZIA. «Presto, presto, correte! Qui sta bruciando tutto! È un disastro». Non potremo mai dimenticare quell’urlo disperato della poliziotta in lacrime che implora soccorso. Sono le 20.59 del 29 gennaio 1996. Il fuoco sta già bruciando la Fenice dall’interno. Appiccato, accerteranno poi gli inquirenti, solo un quarto d’ora prima nel soffitto del foyer.

L'incendio della Fenice a Venezia, 20 anni dopo Era la sera del 29 gennaio 1996 quando un gigantesco rogo, doloso, distrusse lo storico teatro di Venezia. Il cantiere, il processo, la ricostruzione fedele all'originale. E la riapertura il 13 dicembre 2003

Divora arredi e legni con una velocità impressionante. Ed è proprio una pattuglia delle Volanti ad accorgersi del dramma. La percezione della tragedia si avrà solo alle prime luci dell’alba. Con quel catino fumante e le fiamme che ancora non si arrendono, un cumulo di macerie dove erano gli ori e gli stucchi di uno dei teatri più belli del mondo.

Sembra una serata di inverno come le altre, quel 29 gennaio. Sulla città soffia un vento teso di tramontana, nella vicina Ca’ Loredan, cinque minuti a piedi dalla Fenice, è in corso un Consiglio comunale. La città è deserta, la gente è a casa, a cena. Le urla rompono il silenzio. «Brucia, brucia! Brucia tutto!». I poliziotti chiedono aiuto. Dopo soli cinque minuti arrivano i vigili del fuoco. Ed ecco la prima scoperta che aggiunge paura alla paura. I canali intorno al teatro, il rio della Veste e il rio della Verona, sono all’asciutto, si sta costruendo il sistema antincendio. Le motopompe dei vigili non riescono ad avvicinarsi al teatro che brucia come una catasta di legna secca. Dovranno pompare acqua dal Canal Grande. Le pompe, non certo ultimo modello, faticano a gettare acqua. Il fuoco intanto avanza.

Un’ora dopo crolla il tetto delle Sale Apollinee. Un tonfo secco, un crepitare che assorda. La vampata di calore schiaccia tutti - curiosi e autorità, stipati in campo San Fantin - addosso ai muri. Si comincia a capire che la tragedia è di proporzioni enormi. I pompieri faticano sui tetti vicini a isolare le case adiacenti al teatro. Circondano il grande edificio da tutte le parti. Ma il fuoco è più forte. I bagliori delle fiamme illuminano il sindaco Cacciari e i consiglieri comunali, corsi a vedere cosa sta succedendo. Arriva anche l’allora pm Felice Casson. Atti di eroismo dai vigili del fuoco, a notte arriva anche l’elicottero. Il comandante Alfio Pini si lancia all’interno dei finestroni, si cercano i focolai.

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Qualche giorno dopo si scoprirà che erano più d’uno, appiccati da mani criminali. E le fiamme sono presto sfuggite al controllo, forse anche degli stessi incendiari. Trovando esca nelle vernici e nei solventi del teatro in restauro, nessun argine dagli impianti disattivati. La notizia fa presto il giro del mondo. I veneziani accorrono infreddoliti a guardare il loro gioiello che va in cenere. Lo aveva fatto già due volte nei secoli scorsi, ma i libri di storia sono una cosa, vedere quelle fiamme alte come un grattacielo un’altra. La paura cresce quando si sentono scoppi ravvicinati. Sono i finestroni del piano terra che cedono al calore e vanno in frantumi. Alle 22.13, un’ora e un quarto dopo l’allarme, crolla il Torrino. Il primo di una serie di crolli, con il cedimento del tetto della platea un paio d’ore dopo.

Quando fa chiaro, la mattina del 30 gennaio, il teatro è ridotto a un massa informe di detriti fumanti. Parte la gara di solidarietà internazionale. Si parla di rifare il teatro «com’era e dov’era», sull’esempio del campanile di San Marco crollato un secolo prima. Per molti un dovere, per altri un grande errore. Ma in quella sera d’inverno, con il fumo che invade ogni angolo della città storica, il dolore e la paura cedono subito il passo al progetto. «Ricostruiremo il nostro teatro», l’impegno solenne del Consiglio comunale. La Fenice è stata alla fine ricostruita, com’era e dov’era, inaugurata nel dicembre 2003, sette anni e mezzo dopo il rogo.

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