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«Così riuscimmo a incastrare i colpevoli»

Il senatore Felice Casson, allora pm, guidò l’inchiesta. La condanna per i due elettricisti responsabili del disastro

di Francesco Furlan

«Così come nei casi di omicidio il giudice percepisce sovente l’inadeguatezza della sanzione a fronte della perdita di una vita, analoga percezione ha il Collegio per la perdita del teatro e non sembri inadeguato il paragone: un teatro (...) coagula la vita sociale di una città, ne costituisce un punto di riferimento, la rappresenta e ne diviene il simbolo, la sua distruzione è un vulnus irrimediabile». Così scrisse il collegio giudicante del Tribunale di Venezia nelle motivazioni della condanna a sette anni per Enrico Carella - latitante in Messico, fu arrestato nel 2007 - e a sei anni per Massimiliano Marchetti. I due cugini, elettricisti della ditta Viet, provocarono l’incendio perché, in ritardo con la consegna dei lavori, non volevano pagare la penale prevista in almeno 20 milioni di lire. A portare avanti l’accusa fu l’allora pm e oggi senatore democratico Felice Casson.

«È stata l’indagine più bella che ho fatto», ricorda oggi l’ex magistrato, «anche perché riuscimmo a dissequestrare il Teatro in meno di un mese, garantendo così la possibilità di ripartire subito per la ricostruzione». Fu possibile arrivare in tempi così rapidi al dissequestro grazie «all’immensa mole di fotografie e filmati che ci arrivarono», ricorda Casson, «e che ci permisero di ricostruire con precisione cosa era successo e come si era sviluppato l’incendio».

Nei primi giorni l’ipotesi prevalente era che il rogo fosse di natura colposa - fu accertato che le condizioni di sicurezza del Teatro erano pessime - ma poi la relazione tecnica, che vide cinque esperti periti al lavoro, arrivò alla conclusione che il rogo era doloso, anche perché furono individuati due distinti focolai, tra le 20.25 e le 20.50. «Dopo aver avuto la certezza che era doloso dovevamo cercare gli autori», ricorda Casson, che nel corso delle indagini interrogò anche l’ex boss della Mala del Brenta, Felice Maniero, che in quegli anni aveva cominciato a collaborare con la giustizia. «Lo interrogai in un luogo protetto perché secondo le rivelazioni di un pentito di Cosa Nostra dietro il rogo ci sarebbe stata la mafia». Maniero confermò che, a quanto ne sapeva lui, la criminalità organizzata non aveva nulla a che fare con quel rogo.

Le indagini dimostrarono la responsabilità dei due elettricisti. Un minuzioso lavoro di «intercettazioni ambientali, telefoniche, nelle auto. Riuscimmo a raccogliere una serie di elementi che non lasciavano dubbi», ricorda Casson. I due commisero anche gravi errori, come cercare, senza riuscirsi, di convincere gli altri dipendenti della ditta a concordare una versione dei fatti, raccontare che erano usciti insieme dal Teatro alle 19. «Un’indagine che ha fatto storia anche perché per la prima volta, grazie a un finanziere appassionato di informatica ora in pensione, Gastone Todaro, in aula, durante le udienze vennero ricostruiti con filmati tridimensionali il Teatro e lo spostamento delle persone. Fu un colpo non da poco» aggiunge. Oltre ai due elettricisti, Casson indagò per il rogo altre persone perché convinto che, se le condizioni di sicurezza del Teatro fossero state migliori, i due elettricisti non avrebbero potuto appiccare facilmente il fuoco. I giudici decisero che il dolo dei due escludeva la responsabilità

colposa degli altri otto imputati, responsabili del Teatro e amministratori, tra i quali Massimo Cacciari che era sindaco. «L’incendio fu uno sfregio incredibile alla città», dice Casson, «ma restituirlo in tempi brevissimi, e individuare i colpevoli è stata la soddisfazione più grande».

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