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M9, dagli scavi è spuntato pure uno scheletro umano

Antichi resti trovati mesi fa e all’esame degli archeologi della Soprintendenza Nel terreno sono state infilate sonde geotermiche fino a 100 metri di profondità

Dal sottosuolo tra via Brenta Vecchia e via Pascoli nella primavera scorsa sono emersi tre porzioni di pavimenti, ma è emerso anche uno scheletro umano, su cui ora indagano le Soprintendenze di Padova e di Venezia. Sui pezzi di terrazzato veneziano e di un pavimento di colore rosso, databili tra il 1500 e il 1600, sono in corso da mesi accertamenti e indagini.

Nei giorni scorsi si è venuto a sapere che tra i reperti che il terreno dell’area dove è in via di costruzione il museo M9 della Fondazione Venezia ha custodito per secoli ci sono anche delle ossa umane. Antiche forse di duecento anni ma saranno le indagini con il carbonio a dare qualche certezza.

Dai terreni sono emerse anche vecchie monete e pezzi di cocci. Che l’area del cantiere M9 potesse riservare sorprese non è affatto una novità, visto che l’area ospitava il vecchio convento di Santa Maria delle Grazie, insediato nel 1501 e solo secoli dopo è diventato il distretto militare che ospiterà ora, dopo il restauro, gli spazi commerciali del museo del Novecento. E anche per la realizzazione della nuova piazza Ferretto, tanti ricorderanno il rinvenimento nel sottosuolo davanti al duomo di San Lorenzo di una serie di scheletri, forse un vecchio cimitero.

Intanto il cantiere, nonostante lungaggini burocratiche e lentezze di intervento per la sorveglianza archeologica degli scavi ma anche per le difficoltà tecniche ad operare, ha segnato ieri un’altra giornata importante: è stata dichiarata chiusa, infatti, la posa nel terreno delle 60 sonde geotermiche, arrivate ad una profondità di oltre 100 metri.

Primo esempio in centro a Mestre di utilizzo della geotermia, voluta dai progettisti Sahuerbruch e Hutton per la nuova struttura museale che punta ad ottenere la certificazione Leed Gold, che in Italia è prevista al momento solo per il museo di Trento, firmato da Renzo Piano. L’edificio museale comprende anche pareti esterne di ceramica, 500 metri quadri di pannelli fotovoltaici sulla copertura, interventi di riutilizzo delle acque meteoriche e un innovativo campo geotermico per la gestione di riscaldamento e refrigerazione.

L’inserimento delle sessanta sonde nel terreno, spiegano dalla Polymnia, la società che sovrintende per la Fondazione Venezia al grande cantiere ove opera l’impresa Maltauro, non è stato opera facile, complicata dalla composizione del terreno e da vari ostacoli da superare ma alla fine anche questo intervento si può definire concluso e ora in via Brenta Vecchia arriverà una seconda gru, ancora più grande di quella che si è vista al lavoro in questi mesi, per cominciare ad edificare i primi due piani fuori terra. Terminata la costruzione dei primi due piani, ne arriverà una terza che si occuperà di portare a termine il nuovo edificio, che raggiungerà l’altezza di cinque piani complessivi, come il vicino palazzo che è stato acquisito da Polymnia e che ospitava gli uffici della Regione Veneto.

L’obiettivo, confermano da Polymnia, è quello di terminare la realizzazione del nuovo museo M9 entro la fine del 2017 o al massimo i primissimi mesi del 2018.

Portando a termine una sfida iniziata nell’oramai lontano 2005 con l’acquisizione dell’ex distretto dal costruttore Rodella e poi l’acquisto e la demolizione della ex caserma dei carabinieri di via Pascoli, sulle cui ceneri sorge il grande cantiere museale.

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