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Falsa testimonianza, condannati a 32 mesi

Cavarzere. Non dissero il vero al giudice di pace: al volante del carro funebre con la patente sospesa

CAVARZERE. Stando alle accuse, avrebbero raccontato il falso davanti al giudice di pace per difendere uno il figlio, l’altro il suo datore di lavoro. Ieri, però, il giudice veneziano Massimo Vicinanza, su richiesta del pubblico ministero lagunare Carlotta Franceschetti, ha condannato il settantenne Emanuele Nicodemo di Cavarzere e il 68enne Leonardo Alessandri di Campagna Lupia e un anno e quattro mesi di reclusione ciascuno: dovevano rispondere entrambi del reato di falsa testimonianza.

Al centro della vicenda c’è la famiglia Nicodemo di Cavarzere, i cui componenti sono titolari dell’omonima società di onoranze funebri. Tre anni fa, il 12 luglio, l’anziano Nicodemo e Alessandri avevano testimoniato davanti al giudice di pace di Chioggia, sostenendo che il figlio del primo, Antonio, non era alla guida del carro funebre, tre mesi prima, quando i carabinieri gli avevano contestato di aver condotto il mezzo pur avendo la patente sospesa, visto che a ritirarla erano stati proprio loro qualche giorno prima. I militari dell’Arma della stazione di Cavarzere, gli stessi che avevano ritirato la patente ad Antonio Nicodemo, al contrario, avevano sostenuto che quel giorno a guidare il furgone della ditta di famiglia, che trasportava una bara, c’era Nicodemo, il quale non avrebbe potuto farlo visto che gli era stata ritirata la patente a causa di una grave infrazione.

Ieri, il difensore ha chiesto il rito abbreviato da un lato nella speranza di ottenere l’assoluzione degli imputati dalla pesante accusa (per questo non avrebbe avanzato la proposta di patteggiare la pena trovando l’accordo con la rappresentante della Procura) dall’altro, nel caso il magistrato fosse intenzionato a ritenerli responsabili, ottenere lo sconto di un terzo sulla pena finale. E, proprio questo è accaduto: il giudice dell’udienza preliminare ha accolto la richiesta di rito abbreviato e ha valutato la responsabilità dei due allo stato degli atti, cioè senza ascoltare testimoni e accogliere nuove prove. In cambio del fatto che la macchina della giustizia ha risparmiato tempo, senza mettere in moto le udienze

in aula, gli imputati hanno potuto ottenere una condanna inferiore di un terzo a quella che sarebbe piovuto sul loro capo se non avessero ricorso al rito abbreviato. Il magistrato, comunque, li ha condannati e loro potranno ricorrere contro la sentenza in appello.

Giorgio Cecchetti

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