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«Noi, i prof precari Ogni anno l’angoscia di trovare un posto»

Le prime convocazioni per le supplenze alle scuole superiori Dubbi sul piano Renzi: «Diamogli fiducia», «No, solo parole»

«Anche quest’anno è fatta!». Però ogni volta è una faticaccia. Aula magna dell’istituto Gritti, ore 10.30 di ieri, giorno di convocazioni per le supplenze delle materie scientifiche nelle scuole superiori. In distribuzione ci sono 46 cattedre e 48 “spezzoni”. Roberto Guglielmi, 40 anni, ha appena annotato su un foglietto le scuole nelle quali da lunedì prossimo comincerà a lavorare come prof di Scienze naturali: l’istituto Scarpa e il liceo Montale di San Donà. «Vado avanti nonostante le difficoltà perché insegnare è quello che mi piace fare, fin da quando ero bambino, ma è logorante dal punto di vista psichico continuare a essere precario», racconta. Laureato, abilitato alla scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario e con un dottorato in biologia evoluzionistica, ha iniziato con una supplenza breve nel 2006-2007, poi «la fortuna di avere cattedre annuali, da settembre a giugno». «Ogni anno è lo stesso incubo, fino a quando non hai la certezza di un posto è così», dice, «e non so mai quando ne uscirò».

Una speranza c’è: Renzi ha promesso di assumere, dal prossimo anno, 150 mila precari, tutti quelli iscritti nelle graduatorie ad esaurimento: «Mi fido e credo che sia giusto sostenere questo progetto, perché non è campato in aria». Storce la bocca invece Michela Linda Russolillo, 51 anni, a sentir parlare del primo ministro: «Fino a che non vedo, non credo». Se sposa il motto di San Tommaso, un motivo c’è. «Fino al 2006 ho lavorato nella mia città, Salerno, come biologa ricercatrice in un laboratorio di analisi sulla depurazione delle acque dell’Eni. Era un progetto europeo, e quando è stato interrotto il finanziamento anche il laboratorio ha chiuso. Ho cominciato ad insegnare, da tre anni sono qui a Venezia».

Da lunedì sarà all’istituto alberghiero Barbarigo, per il terzo anno consecutivo: «Avrò gli stessi ragazzi che seguivo l’anno scorso, e questa continuità del rapporto per me è la notizia più bella». È stato un percorso rocambolesco verso l’insegnamento anche quello di Antonio Sica, che di anni ne ha 48 anni. Laureato in geologia all’Università Federico II di Napoli, è entrato nelle graduatorie per l’insegnamento con il concorso del 2000, ma poi si è dedicato a tutt’altro, diventando a Napoli vice-presidente di una cooperativa con 23 dipendenti che installava impianti foto-voltaici. Poi gli affari sono andati male, il governo ha chiuso il rubinetto delle sovvenzioni, e Sica ha scelto la strada dell’insegnamento, che aveva accantonato. «Ed ho scoperto che mi piace, soprattutto quando ho a che fare con ragazzi vivaci», dice, «come è accaduto l’anno scorso all’istituto alberghiero Cornaro, a Jesolo». Da lunedì insegnerà materie scientifiche al liceo Benedetti, del centro storico. Gli è andata bene, anche se era ultimo in graduatoria. «Sapevo che rischiavo di restare senza un posto: nelle mie condizioni bisogna sempre avere un piano B». Le testimonianze di chi aspetta di sapere se avrà un posto di lavoro raccontano di ricadute e ripartenze.

Come quella di Stefano D’Elia. «All’inizio, per me, l’insegnamento è stato un ripiego. Solo con il tempo ho scoperto che mi piace stare con i ragazzi, ma dà soddisfazione. Ma la mia strada era nella ricerca». In Fisica, all’Università della Calabria. «Poi è arrivato il ministro Gelmini con i suoi tagli per 380 milioni alla scuola e alla ricerca: all’università hanno fatto due conti, e per non c’era più posto. È vergognoso quello che è successo in Italia nel campo della ricerca».

Il prof, 40 anni, dovrà aspettare ancora qualche giorno per sapere se potrà, anche quest’anno, sedersi dietro una cattedra. È iscritto infatti non alle graduatorie a esaurimento (Gae) ma alle graduatorie d’istituto, quelle

dalle quali attinge direttamente il dirigente scolastico per i posti non coperti dall'Ufficio scolastico territoriale a causa dell'esaurimento della corrispondente graduatoria. «Finora è sempre andata bene», dice, «ormai sono cinque anni di fila che insegno».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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