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«Marghera, le aree ci sono mancano gli industriali»

Al Tavolo Permanente convocato dal Commissario per la riconversione i sindacati dei lavoratori pronti a dare battaglia sui 200 ettari non riutilizzati

«La crisi economica continua ed è sempre più allarmante, ma istituzioni e industriali parlano ma non fanno nulla di concreto per superarla». I sindacati dei lavoratori, a cominciare da chimici e metalmeccanici che continuano a vedere posti di lavoro sparire senza che ne vengano creati di nuovo, sono pronti a dare battaglia al Tavolo Permanente con all’ordine del giorno «l’aggiornamento del piano di riconversione industriale» convocato dal Commissario Straordinario per il Recupero territoriale e ambientale di Porto Marghera nominato dalla giunta regionale, Giovanni Artico, per il prossimo 6 febbraio.

L’ultima presa di posizione per «la riconversione che non si fa» è dei chimici di Cgil, Cisl, Uil che in un comunicato – firmato dai segretari Riccardo Colletti, Massimo Meneghetti, Cristian Tito – scrivono: «il tempo passa inesorabilmente ma di novità dalla politica sul processo di riqualificazione industriale di Porto Marghera nemmeno l'ombra. Anzi si continua a fare una cosa con una mano e a metterla in discussione con l'altra». Del resto è pur vero che facendo i dovuti conti a Porto Marghera ci sono ben 200 ettari di aree attrezzate disponibili. Tutte aree non utilizzate da anni dalle industrie chimiche e siderurgiche (di Enichem, Montefibre, Vinyls, Sava, Alumix, Sidermarghera, Nuova Sirma, ecc.) molte delle quali si affaccaciano su un canale navigabile e quindi sono dotate di banchina e collegamenti con le infrastrutture stradali, ferroviarie e aeroportuali. Il problema è che a tutt’oggi – a parte l’Oleificio Medi Piave della famiglia trevigiana Dal Sasso che ha comprato da Eni l’area Syndial dell’ex Clorosoda ma non ha ancora cominciato a costruire la promessa e nuova rafineria di oli vegetali – non si sono visti imprenditori interessati a riutilizzarle. «Ben vengano i tavoli di confronto e i gruppi di lavoro» sottolinea Maurizio Don, della segreteria nazionale della Uilcem «ma non possono essere sol o occasione di proclami verbali, promesse di polemiche interne. Quel che manca a Porto Marghera, piena ormai di cassintegrati e disoccupati, sono degli industriali con le idee chiare e risorse da investire nelle aree dismesse da anni per avviare nuove produzioni industriali tecnologicamente avanzate e sostenibili dal punto di vista ambientale, capaci di creare finalmente nuovi posti di lavoro». Gli esempi di questa sostanziale «paralisi» non mancano, si salva solo Eni che dopo aver chiuso interi cicli produttivi (cloro, caprolattame, agricolture) ha avviato una riconversione «green« della raffineria di petrolio per produrre olio vegetale per carburanti biodisel. «Per quanto è di nostra conoscenza« continua Maurizio Don «si era fatto avanti il gruppo chimico Mossi & Ghisolfi che aqveva scritt oal sindaco Orsoni chiedendo un’area per costruire una bioraffineria, ma poi non se ne è saputo più nulla. Non si sa nulla neanche

della banchina che l’Oleificio Medio Piave ha chiesto al Porto per costruire una nuova raffineria e occupare i cassintegrati di Vinyls. Non meglio va per le aree e la banchina della Montefibre acquistate dal Porto di Venezia a caro prezzo e ancora inutilizzate».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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