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LA STORIA / «Fecero la foto per la mia lapide ma sono sopravvissuta»

Gruaro. Il drammatico racconto di Delfina Bravo che nel 1932 fece da cavia umana alla sperimentazione del vaccino antidifterico che provocò la morte di 23 bambini

GRUARO. Scorre la storia ma per fortuna i tempi cambiano anche se le conseguenze restano lasciando il segno indelebile negli animi e sulla carne. Siamo a dicembre del 1932 quando viene resa obbligatoria la vaccinazione antidifterica ai bambini di Gruaro di età compresa tra i tredici mesi e gli otto anni. Nonostante il parere contrario dell'allora dottor Bettino Berti, la vaccinazione venne effettuata con la forza e fu una strage, perpetrata nel silenzio più assoluto anche perchè fu fatto un errore a Napoli e una parte del vaccino non fu fatto bollire e arrivo vivo.

Tra i sopravvissuti a quella infamia, c'è Delfina Bravo, classe 1927, all'epoca aveva sei anni quando la maestra in classe ed il parroco in chiesa, avvisarono di questa “semplice puntura” invitando i genitori a rispettare l'ordinanza del podestà Adami. La Delfina però, insieme alla cugina Amelia, si nascose per una notte all'interno di un covone di canne di granturco. Purtroppo, quando la mattina dopo rientrarono in classe, la maestra chiuse la porta a chiave e costrinse tutti gli scolari a sottoporsi al vaccino nel vicino ambulatorio.

«Era venuta anche mia madre Enrica con mio fratello Giovanni, di appena quindici mesi», ricorda ora delfina, 82 anni dopo, «Mi sentii male e dai dolori battevo la testa contro il muro. Mio fratello era già stato portato in ospedale e mia madre rimase con lui fino a quando morì. Presi io il suo posto, l'ospedale era stracolmo e solo della famiglia Bravo, eravamo in otto ricoverati. Mia madre Enrica era disperata per aver perso il piccolo Giovanni e stava per perdere anche me. Le visite del segretario comunale Bortolussi e dei gerarchi si susseguivano cercando di trovare una giustificazione plausibile a questi continui decessi. Io peggioravo a vista d'occhio e mia madre si sentì morire quando durante la visita del segretario mi venne scattata una foto che sarebbe servita per la lapide in quanto le mie condizioni erano disperate. E fu a quel punto che mia madre inveì contro di lui accusandolo di non aver vaccinato nessuno dei suoi cinque figli, mentre noi eravamo in otto e tutti in ospedale.Riuscii a salvarmi ma le traversie non erano finite, ero piena di atroci dolori agli arti inferiori.

Fui mandata in soggiorno a Cortina dove conobbi i compagni di sventura di Cavarzere che erano stati sottoposti alla stessa vaccinazione. Vite e sofferenze parallele ma nel dolore una sola gioia di bambina: almeno si mangiava. Dopo qualche mese la salute migliorò e feci ritorno a casa. Ma le conseguenze di quella puntura mi perseguitavano. A undici anni però, io e le mie cugine fummo mandate a servizio a Napoli, su consiglio del parroco don Angelo Cuminotto. Qui dopo pochi giorni, le gambe si gonfiarono, le pelle si staccava a brandelli, facendo fuoriuscire del pus. Mi portarono da un medico che si stupì del fatto ma quando dissi che ero stata vaccinata, sbiancò in volto affermando che sapeva di quanto era accaduto a Gruaro. Infatti l'Istituto Sieroterapico che aveva inviato il vaccino era di Napoli ed il regime aveva provveduto a chiuderlo e ad arrestarne il direttore. Mio padre venne a prendermi e per anni ho dovuto ricorrere alle cure mediche per la cicatrizzazione delle piaghe.

Vicino a lei Bruna Lena, classe 1931, anche lei vaccinata, a due anni, ma per fortuna non ha avuto conseguenze e ricorda solo le quotidiane visite del medico, di quel Bettino Berti che solo contro tutti cercò di ostacolare quella vaccinazione maledetta.

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