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UNA FOTO, UNA STORIA / «La mia Venezia anni Sessanta»

Le immagini di Giovanni Puppini, ex insegnante dell’Algarotti che ha pubblicato un libro

VENEZIA. Uscivi da scuola, ti levavi la maglietta e prendevi a calci il pallone fino a ora di cena. A Carnevale c’erano le giostre in Campo Santa Margherita e le sirene non annunciavano l’acqua alta: quando arrivava bisognava “cavarse ’e scarpe e tirarse su ’e maneghe”.

La vita era quasi tutta fuori. Fuori dagli umidi pianterreni devastati dall’ “acqua granda” del ’66 e il più possibile dentro a una Venezia così bella da far dimenticare la miseria. Passeggiando per San Marco poteva capitare di sfiorare la mano di una giovane regina Elisabetta, ma c’erano vecchiette di Cannaregio che così “in là” non si erano mai spinte: in Piazza ci si doveva andare in “ghingheri” e non era cosa da tutti. Ma la neve, come oggi, arrivava per tutti bianca e lucente a coprire d’inverno palazzi e campanili, a stendere un velo di silenzio da ammirare da dietro le finestre.

In questo spaccato di Venezia anni Sessanta, Giovanni Puppini, classe 1941 e socio del circolo fotografico “La Gondola”, era un giovane fotografo che di mestiere insegnava geografia economica all’Algarotti.

Girava per la città con la macchina fotografica al collo e si fermava a scattare quando l’occhio chiamava: di ritorno da una giornata di scuola, in una domenica di festa, all’arrivo di grandi personaggi come i reali d’Inghilterra o Papa Paolo VI. Per pura passione, e con una buona dose di talento, ha impresso nei suoi rullini in bianco e nero tracce di una vita veneziana a cui si guarda con la classica nostalgia per un presente lontano.

Sono stralci di quotidianità che, dopo la pensione, Puppini ha raccolto, diviso per tema e pubblicato in un libro, edito da Cierre Grafica, intitolato “Venezia anni Sessanta”, introdotto dall’accurata prefazione di Giuliano Zanon. Verrà presentato da Manfredo Manfroi, presidente del circolo “La Gondola”, e da Zanon, il 14 gennaio alla Scoletta dei Calegheri, ore 17.30. “Mi è sempre piaciuto fotografare», racconta Puppini. «L’ho sempre fatto per hobby e continuo a farlo anche oggi, a colori e in digitale, anche se la mia passione resta l’analogico”.

Nel suo archivio casalingo ha migliaia di scatti di Venezia e di alcuni viaggi all’estero compiuti con le sue classi scolastiche e con la moglie Franca. Oltre a innumerevoli ricordi in formato 6x6 delle suoi altri due “amori”: la montagna e la voga. Da qualche anno, mettendo a frutto il tempo libero concesso dalla pensione e dividendosi fra la fotografia e i suoi pomeriggi da nonno, ha iniziato a selezionarli.

Le pagine di “Venezia anni Sessanta” sono un tuffo nella città dai quasi duecentomila residenti che oggi si cerca nei libri e nei racconti. “A Cannaregio, dove abbiamo sempre abitato, c’era addirittura un negozio di biciclette per i bambini», racconta Giovanni con la moglie Franca. «Turisti se ne vedevano pochi e quei pochi erano ricchi e altolocati. Si sa che Venezia è cambiata, ma noi siamo contenti di vivere ancora qui: stiamo bene e non abbiamo mai pensato di trasferirci in terraferma, non sarebbe la nostra casa. Siamo e restiamo veneziani».

La città in bianco nero. di Giovanni Puppini è quella dei pescatori che rammendano le reti lungo le calli; quella dei campi pieni di ragazzini che giocano a cimbali e a massa e pindolo; quella dei ganzer, i gondolieri in pensione che in cambio di un obolo, con un bastone munito di gancio (il “ganso” in veneziano), aiutano le gondole ad accostarsi agli ormeggi.

Ma è anche la Venezia del periodo postbellico, con la densità abitativa ai massimi storici ma singhiozzante e sofferente per la crisi dei comparti tradizionali: l’Arsenale, l’attività industriale del Molino Stucky, il cotonificio, il porto, i cantieri navali. Una crisi che aveva portato miseria, disoccupazione e precarietà, culminata con la disastrosa acqua alta del 1966, che ha privato molti veneziani delle condizioni minime per vivere in salute nel centro storico.

Giovanni ha fotografato tante acque alte ma di questa, nel suo archivio, non c'è traccia: «Quella mattina, la macchina l’ho lasciata a casa», racconta Giovanni. «Sembrava che ci fosse stato un bombardamento. La situazione era veramente grave: dovevo dare una mano e la fotografia non era nei miei pensieri».

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