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Palandri e il passato incancellabile

Lo scrittore oggi a Padova con il suo ultimo lavoro, una storia di padri e figli

Dopo l’inizio folgorante, alla fine degli anni Settanta, con un piccolo bestseller come “Boccalone”, romanzo di amore e di politica che raccontava pubblico e privato della Bologna del 1977, il veneziano Enrico Palandri ha scelto di essere uno scrittore parco, estremamente misurato, capace di far correre anche anni tra un libro e l’altro, mentre per mestiere insegna letteratura a Londra e a Venezia. Così “L’inventore di se stesso” (Bompiani, p.160, 15 euro), che verrà presentato questo pomeriggio alle 18 alla Feltrinelli di Padova, arriva a cinque anni di distanza dal precedente “I fratelli minori”.

È una storia di padri e di figli, tema non inusuale negli ultimi anni, ma è anche una storia intrinsecamente veneziana e veneta, per il modo in cui guarda al territorio, ma anche al mondo, un Oriente mai dimenticato e parte di una cultura che non dimentica il passato. E anche il passato ha un grande ruolo, il passato di una famiglia, i Licudis, che vanta trascorsi più che illustri tra Oriente e Venezia, tra mondo ortodosso e cattolico. Sono insomma diversi i fili che il romanzo di Palandri tira in un singolo gomitolo, che è un romanzo serrato nella narrazione, ma arioso nello stile e nella riflessione. In origine c’è la questione di un nome, Gregorio, che il nonno vuole sia dato al nipote in nome del passato, della famiglia, di un albero genealogico imponente. Insomma in nome delle radici, che però i giovani sembrano rifiutare in nome del presente, della libertà da legami, della volontà di creare il nuovo. Ma il tarlo del passato è insinuante, rimane un conto aperto che il protagonista, vecchio figlio e nuovo padre, non riesce facilmente a chiudere, gettandoselo semplicemente dietro le spalle. Anzi l’eco di questi avi che sono stati principi, ministri, ambasciatori lo rimandano a tempi imperiali, portandolo fino a Mosca e oltre, verso un mondo che è lontano nel tempo e nello spazio ma che oggi appartiene alla globalizzazione. Perché c’è un altro padre di mezzo, quello della moglie del protagonista, che sceglie il genero come erede inevitabile della sua avventura industriale, di quel suo essersi fatto da solo tra capannone e mercato internazionale, che appartiene al nuovo Dna del Veneto. E in qualche modo queste due linee paterne, una colta e storica, l’altra imprenditoriale e sbilanciata sul presente si incrociano in uno stesso erede, che non può che essere diviso, contrastato, protagonista dentro di sé di due mondi che gli appartengono solo in parte. Palandri aveva cominciato a scrivere poco più che ventenne, raccontando un mondo e dei ragazzi che si stavano inventando la vita. A distanza di quarant’anni racconta ancora, come dice il titolo del libro, l’invenzione di se stessi,
ma questa, ora, deve fare i conti con l’impossibilità di rimuovere la figura paterna, il passato, quelle costrizioni familiari che pure la madre del protagonista ha sempre odiato, cercando di insegnargli solo una salvifica logica del qui e ora.

Nicolò Menniti-Ippolito

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