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«Sport malato e senza soldi discrimina e non insegna»

L’ex velocista Levorato lancia l’idea di un bonus fiscale per attrarre nuovi sponsor E attacca: «Colpa di politici e scuola, l’Italia non è un Paese fondato sullo sport»

DOLO. «L’Italia non è un Paese fondato sullo sport»: Manuela Levorato sprinta anche quando ragiona. Niente freno a mano. L’ex velocista azzurra va dritta al traguardo. Concetti che scorrono veloci come le falcate che regalava sulle piste di tutto il mondo a caccia di vittorie e record: società al collasso senza fondi e sponsor, ragazze costrette a fare calendari per autofinanziarsi, ma anche una politica sorda e troppo spesso assente alle necessità dello sport, zero fondi, senza contare gli ostacoli che molti giovani atleti di spicco incontrano nelle scuole a causa delle forzate assenze per le gare. Molto non funziona lungo il “vecchio stivale”, a quanto pare. E ora che neppure il calcio riesce a trainare il movimento, tra chi boccheggia e chi chiude i battenti, quello di Manuela Levorato è un vero e proprio appello affinché qualcuno si svegli negli stanze dei bottoni.

Cosa sta succedendo?

«Purtroppo il sistema, nonostante si faccia sempre bello con fior di medaglie dagli “sport minori”, sta andando allo sfascio. Si sta facendo un momento di riflessione sul calcio per la mancata qualificazione ai Mondiali in Russia, ma qui è da anni che il tutto sport è in crisi. Il discorso è molto ampio, ma questo è quello che alla fine ci regalano i nostri politici».

Dito puntato su Roma?

«A cosa serve il ministro Lotti? Cosa ha prodotto finora? Io vedo un sistema sportivo malato, non c’è un concreto piano e un appoggio dello Stato per la salute dei cittadini. Lo sport non è solo il produrre medaglie che danno prestigio a una nazione, ma anche un sistema dove se mi posso muovere, mi curo meglio e di meno. In Italia tutto ciò manca».

Poi c’è la fatica a essere contemporaneamente studente e atleta di livello...

«Io da ex studentessa ero ostacolata, ho dovuto smettere di andare a scuola per allenarmi e ottenere i risultati che ho raggiunto. Passavo per la sfigata che perdeva tempo. Lo sport non può essere considerato un hobby. Hai voglia riuscire a incentivare i ragazzi. Se alla base di tutto non c’è una vera cultura sportiva, non si va da nessuna parte».

Da dove partire?

«Si stava molto meglio una volta con i Maestri dello sport, ora un po’ tutti allenano con una preparazione che appare più che carente. Poi mancano le strutture, la società ha avuto un cambiamento molto profondo. I ragazzi ora sono tutto scuola, divano e computer. Non sono motivati. Questo ci porterà a un collasso generazionale».

Giovani alla deriva anche in ambito sportivo?

«Una volta c’erano i ragazzi con il dna del campione, con la classe, ma se conduci una vita stereotipata non puoi ottenere alcun risultato. La mia generazione forse è l’ultima che ha vissuto davvero in modo diverso».

Servono quindi incentivi dallo Stato?

«Certo: penso a un bonus sportivo, una defiscalizzazione delle sponsorizzazioni allo sport da parte delle aziende. Una volta c’era il Totocalcio a supportare lo sport italiano. Deve esserci un fondo che curi queste cose. Altrimenti si creerà solo una generazione di polli da batteria».

E c’è chi sopravvive con un calendario per autofinanziarsi...

«Bellissime queste iniziative, come i corsi per adulti per racimolare qualche soldo, ma non risolvono nulla. Dobbiamo svegliarci e ribellarci alla situazione, perché lo Stato non fa e non farà nulla. In Francia, Germania o Spagna le politiche sportive sono estremamente diverse, e i risultati si vedono».

Cosa direbbe alle ragazze del Rugby Lido che hanno fatto il calendario?

“Che le ammiro profondamente. Mi dà profonda malinconia vedere che le donne debbano fare questo per allenarsi. Una desolazione immensa. Forse io sono stata fortunata a non doverlo fare. Perché non c’è una struttura federale che pensa alle necessità delle atlete fino in fondo?».

È un problema di discriminazione femminile?

«Quel che succede nella vita di tutti i giorni e nelle aziende, si riflette sullo sport. Le donne devono dimostrare sempre di più per essere alla pari con gli uomini».

E la scuola aiuta?

«Due ore di educazione fisica la settimana sono assolutamente inutili, finché vengono viste come una distrazione allo studio. Lo dico da cittadina, lo sport è fondamentale per la crescita delle persone».

Il Coni cosa può fare?

“Poco. Non può fare promozione sportiva se non a livello locale. Al resto deve pensarci lo Stato. Il Coni Veneto ha un presidente molto operativo, che ci crede, ma che abbia armi spuntate è ovvio perché comandano sempre da Roma».

La crisi economica ha lasciato il segno?

«Si chiama anche incapacità di gestione della politica. Prima c’erano soldi da buttare dalla finestra, ora si deve ottimizzare. E il calcio non porta nulla agli altri sport».

Non alle famiglie in difficoltà e alle società senza soldi.

« È l’inevitabile conseguenza delle scelte del “sistema”. Ci sono società che non hanno neppure i soldi per comperare i defibrillatori che sono obbligatori. Ma del resto taglia lo Stato e tagliano i Comuni. Vedi la vicenda della pista di Voltabarozzo a Padova dove il Comune aveva aumentato le tariffe mettendo in difficoltà i club».

E così tanti ragazzi lasciano lo sport.

«C’è un tasso di abbandono spaventoso in età adolescenziale per la pratica, lo sport sta perdendo la funzione aggregante. Una volta si era più lungimiranti e c’era più rispetto per la crescita del ragazzo».

Ora c’è anche la piaga dei genitori tifosi?

«Già. C’è troppa esasperazione, penso che il miglior atleta sia quello orfano (idea provocatoriamente sempre sostenuta da Ezio Vendrame, ndr), bruttissima frase ma è vero. Vedo spesso dei genitori che vivono in maniera insopportabile lo sport dei figli».

Torniamo alle scelte del “sistema”: sport e disabilità, quanto si è indietro?

«Si è fatto molto, perché fino a qualche anno fa chi era disabile viveva nascosto. Il disabile non è un peso, è un cittadino che deve avere le stesse opportunità. Lo sport è una di queste. Le federazioni dovrebbero mandare in giro qualche dirigente in meno e qualche atleta in più che non sa come pagarsi le spese. Succedeva anche nelle mie trasferte di vedere cose simili».

Fa rabbia la situazione, per una campionessa come lei?

«Parliamoci
chiaro, la gente guarda il Grande Fratello, e ho detto tutto. Questa è una società estremamente indebolita e lontana anni luce dai problemi reali. Mi auguro che possa sopraggiungere un cambiamento, ma la situazione è critica».

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