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Sul ponte sventola bandiera... Chiara

Chiara di nome e Balasso di cognome, da vent'anni nel Gordige. Giocatrice simbolo e ... cugina di Natalino

CAVARZERE. «Finiamola di chiamarlo calcio femminile. Il calcio è calcio, punto e basta. Anche le regole sono le stesse, indipendentemente da chi lo pratica. Tutto il movimento sta soffrendo, il nostro calcio sta vivendo una fase molto critica a tutti i livelli. Se adesso tutte le attenzioni si accentreranno sulla Nazionale che non va ai Mondiali, per noi può essere la fine. E noi siamo quella parte del calcio che ci mette ancora la passione, il cuore, il vero attaccamento alla maglia, senza guadagnare un euro. Per rinnovare e ristrutturare il calcio bisognerebbe proprio partire dal basso». Discorso limpido, fatto da una delle ultime bandiere del calcio nostrano. Chiara Balasso, classe 1987, ovvero trent’anni, ma quasi venti vissuti con la maglia del Gordige Cavarzere, una delle formazioni femminili storiche del Veneto. Una maglia, quella del Gordige (quest’anno in serie C, attualmente capolista) attaccata alla pelle, qualcosa di più di un tatuaggio. Prima centrocampista, ora trequartista, ha cominciato guardando le più grandi di lei in forza alla formazione di Cavarzere, Elisa Camporese in testa, ed ora anche animatrice, istruttrice delle più piccole. Un pezzo di storia passata, ma anche presente e futura della società.


Squadra famiglia. «Qualche volta mi sono chiesta chi me lo fa fare» ammette «ma mi sono risposta da sola. Ed eccomi ancora qui. Il Gordige è la mia seconda famiglia, qui ho le mie amiche, qui c’è il mio ambiente. Anche i miei genitori sono vicini alla società, qui hanno giocato anche altre due mie sorelle. Non mi vedo con un’altra maglia addosso. Avevo la possibilità di passare all’Imolese, un passo avanti, ma ho preferito restare in questo gruppo a cui mi sento legatissima. Sono al Gordige dal 1999, vengo da Porto Tolle, ho iniziato quando avevo nove anni a Polesine Camerini e giocavo con i maschi...».

Poca gente. A Cavarzere il calcio non vive un grande momento. Le ragazze ora in Serie C vincono, ma a vederle vanno in pochi, per lo più parenti e amici. «Quest’anno va già meglio rispetto all’anno scorso» riprende Chiara Balasso «un po’ di sportivi del paese vengono a vederci e fanno il tifo per noi. Dopo aver fatto tanta A/2 e serie B l’ultima retrocessione è stata un duro colpo. È stato come ripartire da zero. Ma nessuna si è arresa, anzi. Ci alleniamo due volte alla settimana, di sera, un sacrificio che io faccio volentieri».

Quale futuro. «Il mio futuro non lo so, non lo immagino. Sono una delle tante giovani che vivono alla ricerca di un lavoro. D’estate faccio la stagione a Sottomarina o dove altro capita. Ho buona volontà, sono pronta a mettere nella vita la stessa grinta che metto in campo, ma sono tempi duri per tutti. A volte mi cresce la rabbia, e il calcio mi è utile, uno sfogo per incanalare le energie. Io tra dieci anni? Beh, avrò smesso, ma in questo momento non so immaginare una domenica senza calcio».

La ricetta per il rilancio. Negli Stati Uniti il calcio delle donne è più avanti di quello maschile. E anche in tanti Paesi europei. «Torno al discorso iniziale, troppa distinzione tra maschile e femminile. Se una bambina vuole giocare a calcio qui da noi la guardano come una bestia rara, altrove non è così. Questione di mentalità, secondo me bisognerebbe che i dirigenti andassero nelle scuole per creare più collaborazione. Questo alla base. Poi c’è il discorso della visibilità, la televisione non si occupa di noi, i giornali poco, servono dirigenti donne che ne facciano una battaglia propria. L’operazione Cabrini per la nostra nazionale non è servita a niente».

Soddisfazioni. Non solo spine, comunque. Anche qualche petalo di rosa. «L’aver conquistato due volte la promozione in A/2 è stata una soddisfazione immensa. Entrambe le volte all’ultima giornata e vincendo contro la diretta rivale. Ma ricordo anche le convocazioni con la rappresentativa Under 14, la vittoria al torneo di Lugano. Diciamo che la soddisfazione comunque, ogni domenica, è quella di indossare la maglia del Gordige. Delusioni? L’ultima retrocessione… ma cambiamo discorso».

Gusti aristocratici. Tutti hanno un idolo, un sogno calcistico. O un modello da imitare. «Sono juventina, dico Del Piero perché stato grandissimo, ma non posso tralasciare Pirlo. Sono per i numeri dieci, ovvio. E allora dico che per me il massimo dei massimi resta Zidane. Dybala? Sì, un po’, ma non è ancora entrato nel mio cuore. Mi piacerebbe essere allenata da Antonio Conte, mi piace la sua carica, con lui mi troverei bene. Ma torniamo sulla terra, e vi dico che mi trovo bene anche con il nostro allenatore attuale, Astolfi, uno che sa farsi capire e trasmette bene le sue idee».

Balasso... parente? «Sì, me lo chiedono sempre. Natalino è mio cugino. Ci vediamo poco, la sua carriera è decollata, ma è capitato di trovarci a qualche pranzo di famiglia. Senza contare che comunque Natalino qualche anno fa è stato il presidente onorario del Gordige. Il calcio gli piace, in quel periodo ci ha dato visibilità. Mi ricordo che una volta – ai tempi di Quelli che il calcio – ha fatto un collegamento con la nostra partita, ci ha fatto vivere un giorno di gloria. Ora quando posso vado a vedere i suoi spettacoli e alla fine ci salutiamo. Siamo in contatto attraverso Facebook. Quasi quasi lo invito: dai Natalino, vieni qui al Gordige, dacci una mano a tornare in serie A/2…».

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