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L'INTERVISTA

La sfida di Alex «Così costruisco i miei eredi»

Si chiama Obiettivo 3 e ha come scopo portare almeno 3 atleti ai prossimi Giochi di Tokyo

NOVENTA PADOVANA. Alex Zanardi ha mille vite e non è che sia tanto un modo di dire. L’ecletticità di un campione unico, in grado di trasformarsi in un vulcano inesauribile di idee ed energie, ha dato alla luce un altro progetto all’apparenza molto intrigante. Si chiama Obiettivo 3 l’ultima grande sfida di Alex. Un’idea nata nella mente dell’atleta bolognese, ma padovano d’adozione, la sera prima della sua ultima medaglia nell’handbike ai Giochi paralimpici di Rio 2016. E non sembra un caso che sia maturata proprio in quei giorni, visto che Obiettivo 3 non è affatto un nome astratto.



Il progetto mira a reclutare, avviare e sostenere persone disabili che vogliono iniziare ad intraprendere un’attività sportiva, con l’obiettivo di portarne almeno tre a partecipare alle prossime Paralimpiadi di Tokio 2020. In parole povere: “Come ti creo un potenziale campione”. L’iniziativa ha compiuto i primi passi da un paio di mesi, riuscendo a individuare i primi atleti pronti a mettersi in gioco. Nei prossimi mesi lo staff di Obiettivo 3 svilupperà un’azione di reclutamento negli ospedali, nei centri ortopedici e spinali, sui campi di gara e, soprattutto, attraverso la rete. Chiunque infatti potrà inviare la propria candidatura dalle pagine del sito internet del progetto. Zanardi, in tutto questo, metterà al servizio degli atleti selezionati la sua esperienza, i suoi segreti e soprattutto il suo grande carisma. Per il momento è riuscito ad imbarcare in questa avventura anche Giorgio Farroni e Francesco Chiappero. Il primo, argento nel paraciclismo a Londra, avrà il compito di visitare i centri di reclutamento e di relazionarsi con le associazioni che appoggiano il progetto; il secondo, allenatore di Zanardi, supervisionerà la preparazione atletica dei candidati. A loro si è unito anche il dottor Claudio Costa, storico medico del Motomondiale.



«Obiettivo 3 ha una vocazione dichiarata: essere uno strumento determinante per ispirare curiosità e mettere persone disabili nella condizione di scoprire, iniziare e perseguire un progetto sportivo», spiega Zanardi. «L’ambizione è che almeno tre delle persone che faranno parte della nostra comunità siano capaci di crescere sportivamente, al punto di fare compagnia a me e a Giorgio ai prossimi Giochi di Tokyo 2020. Perché, intendiamoci, vogliamo andarci anche noi». E figuriamoci se uno come lui, scavallati i 50 anni, ha intenzione di fermarsi!



Arrivati da tutto il Nord. Sabato scorso è andata in scena una tappa fondamentale di “Obiettivo 3” ai laboratori Bts Bioengineering di Noventa Padovana, praticamente a casa Zanardi. Qui i 5 atleti selezionati hanno effettuato i primi approfonditi test atletici, per permettere ai tecnici di capire il loro livello di preparazione e formulare un programma d’allenamento ad hoc per ciascuno. Un gruppo eterogeneo, arrivato da tutto il Nord Italia. Due le ragazze, Laura Bassi, 22enne di Udine, e Veronica Frosi, 16enne di Parma. Tre gli uomini, Andrea Offredi, 32enne bergamasco, Flavio Gaudiello, 36enne di Ozzano nell’Emilia e Omar Ciutto, 39enne di Latisana. Tutti e 5 hanno passato un sabato intero assieme a Zanardi, il quale, nonostante la stanchezza di una giornata frenetica, sino alla fine non ha perso il sorriso («Mi raccomando, non tagliateci le gambe», la sua battuta durante le foto di rito) e la voglia di raccontare questa sua nuova avventura.

Allora Zanardi, come sono andati i primi test?

«Per loro si trattava di scoprire quale possa essere il punto di partenza per un’avventura che sarà tutta da vivere. Non sappiamo dove potranno arrivare, ma li abbiamo messi per strada ed un primo passo è stato compiuto. Al momento, non posso negarlo, sono distanti dai grandi livelli, ma noi siamo qui per aiutarli e sostenerli. Questi primi 5 ragazzi rappresentano delle piccole star che stiamo lanciando e che possono ispirare altre persone. Altri disabili, che magari non avranno bisogno di Obiettivo 3, potrebbero incuriosirsi ed appassionarsi a questo sport meraviglioso. Anche questa è la vocazione del nostro progetto».

Fino a questo momento avete lavorato solo sul paraciclismo e ci mancherebbe altro, visto che il suo palmares conta 4 ori olimpici nella specialità. Ma il progetto di Obiettivo 3 abbraccia anche altre discipline?

«È logico che la nostra materia sia il ciclismo e su questa pratica possiamo incidere direttamente. Ma il progetto vuole essere un centro di competenze e di apertura verso tutte le attività sportive. Se dovesse arrivare un ragazzo che, faccio un esempio, prima di un incidente giocava a tennis e adesso vorrebbe riprovarci in carrozzina, il nostro compito sarà quello di metterlo in contatto con la Federazione e trovare una società che possa assisterlo».

I prossimi passi quali saranno?

«Abbiamo già avuto un secondo momento di incontro a Firenze, nella sede della “Sport No Limits”, e siamo in contatto con tanti altri professionisti per far conoscere il progetto. Stiamo ricevendo tante altre candidature e nelle prossime settimane dovremo vagliare i profili di questi potenziali atleti. Il nostro intento è scoprire chi ha davvero un’attitudine ed è determinato a provarci sino in fondo».

C’è un numero massimo di atleti su cui puntare per arrivare veramente a raggiungere l’obiettivo dei tre olimpionici?

«No, perché noi non dovremo prettamente allenare a casa loro questi ragazzi. Ciascuno dovrà sviluppare un proprio livello di autonomia. Per arrivare al successo che noi tutti sogniamo, dovranno necessariamente passare per esperienze personali. Come si suol dire, “devono farsi qualche bernoccolo sulla capoccia”. Anche perché nello sport paralimpico esistono talmente tanti tipi di disabilità diverse che ognuno deve sviluppare la propria formula migliore d’allenamento. Dovranno fare da soli da un certo momento in poi, noi li stiamo aiutando a costruire le fondamenta».

Lei di sfide ne ha affrontate e vinte tantissime. Cosa rappresenta questa avventura?

«Nella vita il vero privilegio è avere tante “prime volte diverse”. Nel 2009 Oscar Sanchez alla mia prima gara internazionale di handbike mi diede 5 minuti. Quattro anni dopo riuscii a superarlo nella cronometro, dopo che era partito 2’ prima di me. Quello fu un momento dolcissimo, non per la voglia di rivalsa, ma per la consapevolezza di avercela fatta. Parafrasando Valentino: “Pensa se non averci provato”. Questo è il nostro spirito. Noi ci stiamo provando e avere al nostro fianco alcuni sostenitori, soprattutto la Fondazione Vodafone, ci dà ancora più fiducia. Auguro a tutti i ragazzi di farcela».

A Tokio ha già detto che ci sarà. A più breve termine in che competizioni la vedremo?

«In questo momento l’Iron Man mi sta appassionando da matti. Purtroppo, però, non ho ancora una categoria che mi “classifichi” e gareggio in una competizione più partecipativa che competitiva. Tre settimane fa a Klagenfurt ho vinto nettamente la mia fascia d’età, ma non per disabili, con i normodotati. E in assoluto sono arrivato 27º. Questa disciplina mi appassiona e diverte, se dovessero ufficializzare la mia categoria sarei pronto».

Ha seguito i Mondiali di atletica paralimpica a Londra?

«Sì, ho visto qualcosa. L’Italia ha avuto qualche soddisfazione e sono felice per gli atleti. Come disse Andrea Zorzi, “siamo un piccolo miracolo sportivo”. Con pochi fondi a disposizione, in confronto ad altre nazioni, riusciamo sempre ad emergere alla grande».

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