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La truffa dei finti orfani: in Veneto 60 casi sospetti

I ragazzi, spesso albanesi, arrivano dichiarando di essere senza famiglia e studiano a spese degli enti locali. Sos di Regione e Comuni: troppi raggiri

PADOVA. Diverse segnalazioni al tribunale dei Minori sono partite nei mesi scorsi dal Comune di Venezia, probabilmente uno dei più colpiti dal fenomeno. E l’assessore regionale al Sociale Manuela Lanzarin conferma un problema in crescita: «Il caso esiste, ne abbiamo discusso a un tavolo con prefetture e questure. E ad aggravarlo c’è stato un aumento delle presenze».

Il riferimento è alla presunta truffa dei finti orfani, ragazzi minori non accompagnati che arrivano in Italia sostenendo di non avere famiglia e ottenendo in tal modo il mantenimento agli studi (oltre che vitto e alloggio) dallo Stato italiano. Il punto è che, stando alla denuncia degli amministratori locali, i genitori spesso ci sono, eccome. E a volte sono pure benestanti. Insomma il giovane simula uno stato di abbandono in realtà fittizio e fa gratis in Italia una sorta di Erasmus, sottraendo risorse pubbliche ai minori effettivamente bisognosi. Le denunce riguardano in prevalenza minori albanesi.

Nei giorni scorsi, in Emilia, ci sono state le prime condanne al tribunale dei Minori per il reato di truffa aggravata ai danni dello Stato. Lì il problema è particolarmente sentito, ma subito dopo viene il Veneto. Lo dicono i dati 2017 della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’accoglienza dei migranti che al caso ha dedicato un capitolo specifico: l’Emilia ha chiesto 185 indagini familiari nei confronti di altrettanti ragazzi presenti nel suo territorio, il Veneto viene subito dopo con 63.

Le indagini sono di competenza della Direzione generale dell’Immigrazione che compie ricerche sul contesto familiare dei giovani decidendo conseguentemente le strutture in cui inserirli o l’eventuale loro rimpatrio. Numeri più dettagliati non ne esistono, perché si tratta di un fenomeno ancora da monitorare. Ma sul quale il Parlamento ha richiamato l’attenzione denunciando, nella relazione della Commissione d’inchiesta, «il progressivo aumento del numero di minori albanesi che giungono nel nostro Paese per concludere il percorso di studi superiori attraverso la prevista presa in carico delle amministrazioni locali».

E la scelta del Veneto non è causale, ma dovuta «alla possibilità di fruire di un elevato standard del sistema scolastico e formativo fino al compimento della maggiore età». Ancora: «L’insostenibile escalation del numero di minori ha condotto i Servizi Sociali e gli enti locali a segnalare il fenomeno. Le indagini svolte dalle forze di polizia sono terminate con l’apertura di procedimenti penali presso le Procure per il reato di truffa aggravata allo Stato». Lo scorso anno i minori non accompagnati, di tutte le provenienze, arrivati in Veneto sono stati oltre 400, 375 maschi e 30 femmine per l’esattezza.

«Abbiamo registrato un aumento dei numeri», afferma l’assessore Lanzarin, «E sappiamo che in molti casi, per albanesi e kosovari, si tratta di arrivi “organizzati”, finalizzati all’ottenimento di vitto e alloggio gratuiti nel nostro territorio. Solitamente si tratta di giovani fra i 15 e i 17 anni che fanno corsi di studio professionali. È un fenomeno che ci preoccupa, ne abbiamo parlato con prefetti e questori per cercare di trovare una soluzione e ci sono stati controlli specifici per far emergere il sommerso. Anche perché per alcuni Comuni la situazione è particolarmente pesante. È il caso di Venezia». Nel 2017 l’ente lagunare ha sborsato 2,5 milioni di euro per seguire, con progetti individuali, 381 minori non accompagnati (circa la metà sono albanesi e kosovari) dei 418 che sono stati accolti dal Comune. Dentro tale cifra ci sono tutti, sia ragazzi senza famiglia che finti orfani. Tra quest’ultimi – come ha scoperto il Comune dopo accertamenti mirati – c’era anche chi aveva un genitore medico o insegnante. Insomma, tutt’altro che orfani senza risorse. «Non solo hanno le loro famiglie, ma qui spesso hanno anche punti d’appoggio», sostiene l’assessore alla Coesione Sociale di Venezia Simone Venturini, «Si tratta di un giro che ha trovato consolidamento in Albania e in Kosovo. Sospettiamo la presenza di un racket, di organizzazioni che spediscono i ragazzi in Italia».

Per Venturini il fenomeno ha dimensioni ampie: «A nostro giudizio il 90% dei ragazzi albanesi non accompagnati ha in realtà una famiglia alle spalle o parenti in zona. In un Paese normale dovrebbero essere rimandati a casa e invece finora nessuno ha mai affrontato il problema. Col risultato che i Comuni sono lasciati soli. Qui non c’è solo l’aspetto della truffa, ma anche un rischio di ordine pubblico perché i ragazzi soli nel territorio, possono diventare manovalanza per la criminalità. Chiediamo che il nuovo governo affronti la situazione, basterebbe un accordo con Tirana». Un intervento invocato con forza anche dai dirigenti degli uffici che quotidianamente si trovano a gestire in prima linea il fenomeno. «Da tempo denunciamo il problema a Roma e chiediamo un incontro», spiega Paola Sartori, responsabile del Servizio Politiche Cittadine per l’Infanzia e l’Adolescenza del Comune di Venezia.

E dagli uffici veneziani negli ultimi mesi sono partite numerose segnalazioni alla Procura presso il tribunale dei Minori, grazie anche alle indagini dell’Anticrimine. Prosegue Sartori: «Non è solo una questione di risparmio di soldi, ma di interventi a tutela degli stessi ragazzi che arrivano dall’Albania. La loro posizione è di grave rischio perché sono esposti alle mire delle organizzazioni delinquenziali». In attesa di un intervento a monte, i Comuni si organizzano come possono. A Padova, dove lo scorso anno sono arrivati 156 minori non accompagnati di cui 124 presi in carico (55 gli albanesi, il 44, 3%), è stato siglato a gennaio un protocollo tra Comune questura, prefettura e Usl per sostenere e identificare i minori non accompagnati.

«Il nostro impegno mira a costruire una rete in grado di assistere al meglio una categoria particolarmente fragile», aveva spiegato l’assessore al Sociale di Padova Marta Nalin. Il problema è approdato anche all’Anci, nazionale e Veneto: «È una questione che necessita di accordi bilaterali per essere contrastata a pieno», dice Valentina Tommasi assessore ai Servizi Sociali del Comune di Belluno, che ha seguito il caso.
 

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