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«Società pervasa dall’angoscia dei singoli»

Luca Romano: «Rancore e protesta hanno prodotto una rivolta contro il mondo delle aziende»

VENEZIA. I più traditi dal voto del 4 marzo sono gli imprenditori, Confindustria nazionale in testa, che il 17 febbraio dall’assise di Verona lanciava appelli del tipo: non sprechiamo quello che abbiamo fatto finora, teniamoci agganciati all’Europa, è fondamentale che il capitale pubblico investa nell’economia perché non ci sono soldi da buttare. Così Vincenzo Boccia. Ma anche Massimo Finco a Padova, o Agostino Bonomo presidente di Confartigianato a Mestre. Tutti, grandi e piccoli, a rivendicare il ruolo centrale dell’impresa, l’unica che crea occupazione e dunque distribuisce ricchezza e benessere. Nessun altro lo fa.

Messaggi filogovernativi sfacciatamente ignorati dagli elettori. Cosa succede, chi ha perso la bussola, gli imprenditori che non capiscono più i loro dipendenti o i veneti che non amano più il lavoro? Non è più vero che l’impresa ha un ruolo centrale nel nostro mondo?

«È la sedimentazione di sentimenti di rancore, di protesta, di colpevolizzazione del sistema», risponde il sociologo vicentino Luca Romano. «Si rivolge contro l’impresa perché oggi l’impresa non è più quella di dieci anni fa, è riconfigurata».

Lavoro precario, intende, l’imprenditore che delocalizza o licenzia. Per tacere che se sei veneto, oltre al lavoro hai perso anche i risparmi, con banche dove gli imprenditori sedevano a cassetta.

«Questa divaricazione nasce da più lontano, è esplosa a partire dal 2007-08. Lo sviluppo tecnologico non ha rispettato le promesse, l’innovazione concentra ricchezza, non la distribuisce. Pensiamo ai robot, negli Stati Uniti si sperimentano auto che si guidano da sole: se ne parla nelle riviste patinate, è un successo della tecnica, ma il secondo lavoro più diffuso negli Usa è l’autotrasportatore».

Quello non va sulle riviste patinate.

«Nella vita delle persone gli elementi di miglioramento sociale si sono trasformati in fonte di angoscia e risentimento. La situazione è accentuata in Italia, dove l’egemonia culturale dell’impresa ad alto contenuto tecnico non c’è mai stata, salvo rarissime eccezioni».

Tutto questo si è trasferito sul voto?

«La cartina del voto è illuminante: Milano, Bolzano, alcune zone dell’Emilia e della Toscana, cioè le aree più ricche del Paese, sono quelle dove il Pd ha vinto: ha intercettato le élites. Il problema è la polarizzazione dell’occupazione: nelle occhialerie di Longarone, dove il lavoro è cresciuto perché rientra dalla Cina, assumono ingegneri, designers, tecnici dei materiali per un 10% e per il resto una marea di persone con contratti temporanei. I numeri grossi sono fatti dai precarizzati, che lavorano sotto la direzione di figure con competenze nuove ma il cui numero è molto ridotto. Per questo il malessere sopravanza il consenso all’impresa».

E gli imprenditori non se ne sono accorti?

«Il fatto è che a differenza di dieci anni fa non si può caricare sugli imprenditori questo problema. Non c’è più l’imprenditore-padrone, oggi le aziende sono in mano ai manager i quali rispondono a fondi di investimento. Un fondo che risiede negli Usa, ma anche in Francia, rispetterà la legislazione italiana, le normative sul lavoro e tutto il resto, ma non si fa carico delle angosce dei dipendenti. Sta capitando da noi quello che è accaduto due anni fa in America con Trump».

Una fase storica completamente nuova?

«In America l’angoscia delle persone ha dimostrato di avere i numeri per battere il capitale finanziario e le grandi aziende del digitale. Da noi l’unica cosa certa è che le ricette della famiglia socialista o socialdemocratica europea non sono più sufficienti. C’è ripensare tutta la società, a cominciare dal welfare».

Un lavoretto. Lei da dove comincerebbe?

«Comincerei

dalle imprese, che possono fare da traino alla politica. Dal rapporto con la formazione, con la scuola. C’è un momento di crescita, ci sono imprese che stanno riuscendo bene, lì si possono trovare gli elementi per cominciare a ripensare il sistema».

Renzo Mazzaro

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