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«Renzi si dimetta subito Pd e sinistra da rifondare»

Rosy Bindi: «Paghiamo un atteggiamento snob che ci allontana dai problemi reali Lega e M5S parlano di lavoro, pensioni e reddito di cittadinanza: sono temi nostri»

PADOVA. C’è stata una stagione in cui il Veneto è diventato laboratorio politico d’Italia, con la nascita del Ppi dalle ceneri della Dc, sulle cui radici è cresciuta la pianta dell’Ulivo di Prodi. Quella stagione porta il nome di Rosy Bindi, presidente della Commissione parlamentare antimafia, ministro della Sanità dal ‘96 al 2000, che non si è ricandidata dopo 24 anni e sei legislature parlamentari.

Onorevole Bindi, lei ha fatto un passo indietro e ora che consigli si sente di dare a Matteo Renzi che la voleva “rottamare”? Il leader del Pd quando si deve dimettere?

«Lunedì in direzione spero che Renzi si dimetta, la parola rottamazione è orribile e va cancellata dal vocabolario della politica. La statura di un leader si misura dalla capacità di assumersi le responsabilità anche quando i risultati sono negativi. Di fronte a una sconfitta netta le conclusioni da trarre sono le dimissioni immediate, perché quelle postdatate non esistono. Se non lo fa lui, qualcuno in direzione ne deve prendere atto e agire di conseguenza: il segretario non va rottamato ma sostituito da una squadra».

Quali scenari immagina dopo il tonfo elettorale?

«Si tratta di ricostruire non solo il Pd ma l’intero schieramento di sinistra. E bisogna partire dalle formazioni sociali, dal mondo cattolico, coinvolgere il sindacato, le professioni, la cultura. Nelle liste Pd non c’erano esponenti delle Acli, del volontariato, della comunità di Sant’Edigio. Baretta e Santini della Cisl non sono stati rieletti. Il Pd deve allargare l’orizzonte, dopo le troppe scissioni e i molti addii. E c’è la scissione più seria, quella degli elettori che ci puniscono».

Lei pensa che si possa ricostruire l’Ulivo del 1994-96?

«Indietro non si torna mai, ma va rilanciata l’idea di una sinistra plurale, con un’impronta riformista e di governo che sappia ascoltare le pulsioni vere del Paese. Soffro nel vedere che il M5S e la Lega hanno vinto sui temi tradizionali della sinistra: il lavoro, le pensioni, il reddito di cittadinanza. Questo paradosso va superato. Certo, la Lega ha cavalcato in maniera ignobile la paura dei cittadini per l’immigrazione ma la politica deve trasmettere la consapevolezza che la sfida attraversa la carne viva delle persone».

Dalle urne esce un’Italia spaccata a metà: il Nord sceglie la Lega, il Sud il M5S con due proposte economiche inconciliabili. Il Pd ha fatto ripartire il Paese ma è stato punito. Come mai?

«Il popolo italiano ha mostrato insofferenza verso tutte le forze di governo, anche in presenza di risultati importanti. C’è ribellione ma emergono alcune priorità, anche se è vero che il reddito di cittadinanza sommato alla flat tax porta alla bancarotta. Ma noi sbagliamo a presentarci con un atteggiamento molto snob, come quelli bravi che sanno fare le riforme nel rispetto delle compatibilità finanziarie Ue perché questo snobismo nasconde l’incapacità di capire la situazione reale delle persone».

Il ministro Carlo Calenda ha preso la tessera del Pd, è il primo passo per la scalata alla segreteria?

«Non credo: è finita la stagione in cui ci si iscrive direttamente alla segreteria del partito. Ho troppo stima del ministro Calenda perché pensi a una simile prospettiva. Prima di scegliere il segretario, sarà necessaria una gestione collegiale per ricostruire il centrosinistra».

Cambiamo scenario: il Pd deve formare un governo con il M5S e LeU o sostenere le larghe intese con Salvini?

«Penso che Renzi abbia ragione. Dobbiamo restare all’opposizione, nel rispetto della democrazia. Il Pd non deve garantire appoggi esterni a governi a guida M5S o Lega perché siamo alternativi e tradiremmo il mandato degli elettori. Dopo di che se non esiste alcuna maggioranza, allora si pensi a un governo di responsabilità nazionale fondato su pochi temi: la modifica della pessima legge elettorale, l’approvazione della legge di bilancio per sostenere la ripresa economica e si va alle elezioni. A meno che i vincitori non si mettano d’accordo».

I vincitori sono Di Maio e Salvini, con due programmi inconciliabili.

«Lega e M5S hanno i numeri per governare, che ci provino. Difficile pensare a un accordo tra il Pd e i grillini che ci hanno coperto di insulti nell’ultima legislatura».

Il suo giudizio su Salvini premier?

«Riconosco a Salvini la capacità di aver intercettato le aspettative del popolo italiano, condanno la sua politica strumentale sull’immigrazione, ma vorrei capire le compatibilità finanziarie della revisione della Fornero sulle pensioni, l’impatto della flat tax e l’allentamento dei vincoli europei che vanno rinegoziati».

Come

finirà?

«O Lega e M5S si mettono d’accordo tra di loro, oppure si dovrà voltare pagina. E dare vita a un governo di responsabilità nazionale, sostenuto anche dal Pd guidato non da Matteo Salvini ma da un premier scelto dal presidente Mattarella».

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