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«Galan risarcisca i veneti» Ma Roma gli fa uno sconto

Corte dei Conti, l’Appello conferma la condanna a pagare 5,2 milioni alla Regione Riconosciuto il danno d’immagine ma non quello da disservizio di 608 mila euro

VENEZIA. Condanna confermata, ma con uno sconto, a Giancarlo Galan relativamente ai danni che secondo la Corte dei Conti del Veneto avrebbe causato ai cittadini nell’ambito della corruzione del Mose. La Prima Sezione d’Appello della magistratura contabile di Roma ha stabilito che l’ex governatore è responsabile di un danno da immagine pari a 5,2 milioni nei confronti della Regione, mentre lo ha assolto per quello da disservizio di 608 mila euro. Per il giudice Enzo Rotolo non è stato dimostrato che l’ex presidente, curando i proprio interessi anziché quelli dei cittadini, abbia ridotto l’efficienza dell’ente pubblico. L’Appello ha invece riconosciuto il pregiudizio arrecato alla comunità regionale e ha altresì sottolineato come non vi sia stato “pentimento” da parte dell’ex governatore: diversamente, sostiene, avrebbe dovuto consegnare spontaneamente alla collettività villa Rodella o le tangenti percepite.

Galan: ho pagato per tutti. Il ricorso presentato da Galan contro la sentenza di primo grado dello scorso anno, è stato discusso a gennaio. L’ex governatore rileva «l’ingiustizia di un sistema che ha voluto individuare a tutti i costi un colpevole»; sostiene quindi la valenza puramente politica dei suoi interventi a favore del Mose. Inattendibili, afferma, sono gli accusatori. L’ex segretaria Claudia Minutillo «avrebbe operato a sua insaputa e a libro paga dell’imprenditore Renato Pagnan» (un nome già presente nel memoriale presentato in sede penale; l’imprenditore ha sempre smentito qualsiasi coinvolgimento e non è stato interessato da procedimenti giudiziari). Quanto all’altro Grande accusatore, l’ex presidente del Cvn Giovanni Mazzacurati, avrebbe intascato lui i soldi. Galan sostiene infine di aver già pagato il suo conto con la giustizia: «L’enorme risalto mediatico dato alle conseguenze penali personali e patrimoniali nei confronti dell’appellante che ha perso tutto, a suo avviso determinerebbero il “saldo” in senso economico con la giustizia», annotano i giudici riassumendone le posizioni.

Nessun pentimento. Una ricostruzione, quella dell’ex potentissimo del Veneto, che l’Appello respinge quasi in toto, confermando così la sentenza della Corte dei Conti del Veneto firmata dal giudice Guido Carlino. Viene sottolineata la competenza dei giudici contabili a perseguire non solo i dipendenti pubblici, ma anche i politici visto il rapporto di servizio che li lega allo Stato. Corretto, rilevano, agire separatamente nei confronti dei diversi protagonisti del Mose anziché riunire il tutto in un unico procedimento: va salvaguardato il principio della “ragionevole durata dei processi”. Provato il danno di immagine «cagionato dalle progressive estromissioni di enti e uffici regionali competenti in materia ambientale», si legge in sentenza, «mentre il danno all’immagine è riferito alla vasta comunità del Veneto nel cui ambito l’appellante rivestiva un ruolo importantissimo e di grande influenza». Corretto il conteggio della somma dovuta, considerato che il calcolo non è stato fatto sui reati prescritti per cui «l’ammontare degli importi da risarcire è di gran lunga minore rispetto a quelli effettivamente ricevuti». Attendibili gli accusatori: se Galan non li riteneva tali avrebbe dovuto andare a dibattimento e affrontare il confronto dialettico con gli stessi. E sull’obiezione dell’ex governatore, di aver già pagato il conto con la giustizia, i giudici osservano che ciò è dovuto «alla reazione dell’ordinamento giuridico alla commissione di reati, non certo a comportamenti di resipiscenza (altro sarebbe stato, per esempio, l’effetto di una volontaria restituzione degli importi percepiti ovvero la donazione della proprietà immobiliare di Cinto Euganeo alla collettività)».

Un solo punto del ricorso viene accolto dall’Appello: la mancata prova del danno di disservizio in base al quale il primo grado aveva disposto il trattenimento del 60% degli stipendi percepiti: di qui lo “sconto” di 608 mila euro rispetto ai 5,8 milioni del primo grado.

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