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Categorie, appelli a vuoto «Lobby ormai ininfluenti»

Inascoltati gli interventi delle associazioni per un voto orientato alla “stabilità” Zoppas (Confindustria): «Da noi strategie sul futuro, non indicazioni per le urne»

VENEZIA. C’era una volta la “cinghia di trasmissione” del consenso. La Cgil era la più rodata nel trainare il voto del Pci. La Coldiretti non era da meno nel fare lo stesso lavoro per la Dc. La Confartigianato funzionava come una macchina da guerra per il centrodestra, la Cna trainava il voto per la sinistra. Gli industriali fingendo equidistanza spingevano a tutto vapore i partiti di governo. I giornali si chiedevano ogni volta a chi sarebbe andato il voto dei cattolici. La campagna elettorale era uno scontro quotidiano tra gruppi di pressione. Tutto il mondo era schierato, o per lo meno reclutato: organizzazioni di categoria, associazioni professionali e del tempo libero, dallo sport alle bocciofile.

Poi è caduto il muro, sono tramontate le ideologie, i partiti sono franati sotto Tangentopoli. Si è scoperto che “la gioiosa macchina da guerra” non era quella di Achille Occhetto ma di Silvio Berlusconi e delle sue televisioni. E qui c’è una prima virata: l’adesione ideale ha perso forza, alle feste di partito sono subentrate le lobby. Ma per il fiancheggiamento servono soldi. Il finanziamento pubblico si è presto inaridito e oggi anche Berlusconi ha finito la grana, a giudicare dall’ultima comparsata. O ha scelto di non buttarla. Quanto alle lobby, preferiscono lavorare sugli eletti, presidiano il Parlamento e i centri dove passano le decisioni. Fanno prima.

Ciò nonostante qualcuno le ha evocate in questa campagna elettorale. «Abbiamo vinto senza avere una lobby alle spalle», si vantava ieri il capo del M5S Di Maio. Con tutto il rispetto pare che anche quelli che hanno perso l’abbiano fatto senza avere una lobby alle spalle. «Oggi i gruppi di pressione non spostano più nulla», dice Paolo Zabeo, coordinatore dell’ufficio studi di Confartigianato di Mestre. «La cinghia di trasmissione che convogliava il voto è scomparsa, è finito quel tempo. Non esiste più la componente ideologica e quindi è venuta meno l’appartenenza. Le associazioni hanno perso la capacità di essere presenti sul territorio. Negli ultimi dieci anni Internet e i social hanno tolto tutti gli spazi: l’associazione organizzava incontri, aveva un ruolo nel territorio, oggi le persone si fanno un’idea direttamente da casa. È cambiato il mondo. È la sorte di tutti i corpi intermedi, sindacati, camere di commercio. Il mondo rappresentativo del lavoro sta cambiando pelle. In tutto il Nord si è perso moltissimo. Tutti, non solo noi. Guardiamo Confindustria, molte grandi imprese sono uscite».

La ridotta capacità rappresentativa di Confindustria è un punto dolente degli imprenditori. La contrapposizione è tra chi ha aziende vitali e forza propria e chi guadagna la scena recitando la lezioncina preparata dall’ufficio studi. Mancano gli imprenditori di stazza in prima linea. I veneti addebitano questa debolezza alla presidenza nazionale di Vincenzo Boccia, peraltro impegnato in queste ore in un riposizionamento-lampo rispetto al M5S. Non nascondono perplessità e delusione per l’esito del voto, anche se il presidente regionale Matteo Zoppas in trasferta a New York cerca di riposizionare i birilli: «I 7 mila imprenditori riuniti a Verona lo scorso febbraio non volevano dare indicazioni di voto ma mettere a disposizione del Paese una strategia chiara e realizzabile di politica industriale». Zoppas ne ha anche per gli oppositori interni: «Di quando in quando ci sono soggetti che tentano di sminuire i corpi intermedi imboccando scorciatoie, ma alla fine tornano sempre alla mediazione perché si rendono conto della necessità di una interfaccia unica della categoria».

Luciano Vescovi, presidente di Confindustria Vicenza, terza associazione d’Italia, non le manda a dire: «Vogliamo stabilità, ma la vogliamo subito. La parte più importante delle elezioni è il dopo, cosa si fa». Il presidente di Padova Massimo Finco di rientro dall’estero si augura che la politica torni con i piedi per terra: «Da oggi dobbiamo riprendere a fare i conti con la realtà». E rilancia l’appello alla centralità dell’impresa, purtroppo battuto dal reddito di cittadinanza.

La Coldiretti aveva preparato un programma in 5 punti e l’ha sottoposto ai candidati dei partiti. Hanno firmato tutti, meno il M5S, recuperato poi con un incontro a Roma, spiega il presidente regionale Martino Cerantola: «È stata un’operazione trasversale». Questo non significa che la Coldiretti non faccia distinzioni: sulla trasformazione in reato della contraffazione alimentare, il riconoscimento europeo all’etichettatura e

il contestato accordo Ceta con il Canada, punti che restano irrinunciabili, il governo Renzi con i ministri Martina e Lorenzin ha nicchiato troppo, tradendo le aspettative. Chi ha dato una mano a Bruxelles è stata la Lega. E la categoria non dimentica, s’è visto bene. Altro che lobby.

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