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L’Antimafia boccia i magistrati veneti

La relazione finale: «Le organizzazioni criminali hanno approfittato della insufficiente attività di prevenzione e contrasto»

PADOVA. Le organizzazioni criminali in Veneto «hanno approfittato di un’insufficiente attività di prevenzione e contrasto per mimetizzarsi nel tessuto economico attraverso un rapporto di convergenza di interessi con il mondo delle professioni e dell’impresa».

È stato uno dei passaggi su cui più si è lavorato per raggiungere l'unanimità per l'approvazione delle oltre 800 pagine di relazione della Commissione parlamentare antimafia presieduta dall'onorevole Rosy Bindi.

La Commissione parlamentare sottolinea inoltre come strumenti di prevenzione e repressione «che hanno prodotto risultati significativi in altre regioni del Nord, qui non sono stati utilizzati in maniera sistematica e intensa». Insomma il giudizio sull'operato della Procura veneziana antimafia non è esaltante.

La differente valutazione da parte delle Procure venete e calabresi sull'operato degli stessi soggetti, come Antonio Bartucca e Giovanni Spadafora, recentemente arrestati e risultati residenti nel Padovano è l'esempio che è stato discusso nella Commissione: per i giudici calabresi abbiamo di fronte soggetti operativi nell'ambito delle strategie 'ndranghetiste, mentre la magistratura veneta ha giudicato le stesse persone solo per i singoli reati commessi.

Per la prima volta la relazione della Commissione dedica delle parti specifiche alla situazione in Veneto e in Friuli. D'altronde in questi territori «l’insediamento mafioso appare strategico anche perché la peculiare collocazione geografica favorisce i rapporti tra mafie italiane e mafie straniere».

Ricordiamo che al Veneto la Commissione ha dedicato una missione nell'aprile del 2015 terminata a Verona – città amministrata allora dal sindaco Flavio Tosi – con una richiesta a Prefettura e al locale Comitato per la sicurezza di valutare l’istituzione della commissione d’accesso per il comune scaligero, il primo passo della procedura che porta allo scioglimento dell'amministrazione per infiltrazioni mafiose.

Una richiesta clamorosa: per la prima volta in Veneto un organo istituzionale ipotizzò una liason tra organizzazioni criminali e pezzi della politica.

La richiesta non ebbe seguito, ma la Commissione oggi sottolinea come al Nord, anche in Veneto, l'attività delle mafie è stata «favorita dalla sottovalutazione diffusa tra istituzioni e autorità competenti e che per troppo tempo non si sono utilizzati in modo adeguato strumenti fondamentali come le interdittive».

Una parte consistente della relazione è dedicata ad una disanima della mutazione in corso nell'operatività delle mafie.

Mutamento che vede da una parte un «progressivo allargamento del raggio d’azione delle mafie in territori diversi da quelli di origine storica» e dall'altra l'assunzione di «profili organizzativi più flessibili, spesso reticolari, con unità dislocate su territori anche lontani e dotate di autonomia decisionale».

Le mafie avrebbero accentuato, secondo l'analisi della Commissione, la vocazione imprenditoriale privilegiando l'intervento nelle economia legali e mettendo in luce la capacità di promuovere «relazioni di collusione e complicità con attori della cosiddetta “area grigia” (imprenditori, professionisti, politici, burocrati e altri)».

I settori economici d'intervento sono ancora quelli tradizionali come l’edilizia, il commercio, la sanità e i trasporti, mentre tra le “nuove” attività troviamo «la grande distribuzione commerciale, i settori dei rifiuti, delle energie rinnovabili, del turismo e delle scommesse e sale gioco, i servizi sociali e dell’accoglienza dei migranti».

Più mobili e flessibili e in grado di tessere network internazionali i mafiosi non sembrano mostrare tanto i

tratti di capaci imprenditori, ma le ragioni del successo economico vanno rintracciate piuttosto «nel fatto che possono contare sul sostegno, la cooperazione e le competenze di altri soggetti che intrattengono con i primi scambi reciprocamente vantaggiosi».

 

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