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Quando la giustizia è farsa Cermis, una storia irrisolta

Vent’anni dalla tragedia che sconvolse l’Italia e che lasciò impuniti i colpevoli

Quanto durano sette secondi? Poco. Meno dell’attesa al semaforo, meno di una gara dei 100 metri alle Olimpiadi, meno di quanto serve per vedere il caffè che riempie la tazzina al bar. Durano invece un’infinità quando ci si trova a 150 metri da terra e si precipita nel vuoto, all’interno di una scatola metallica destinata a frantumarsi come la vita di venti persone. Immaginare quei sette, interminabili secondi sulla funivia del Cermis è un esercizio che rende l’anima pesante d’angoscia. Un fardello enorme, ancora vivo nonostante siano passati 20 anni da quel 3 febbraio 1998. In quella cabina, su quella funivia, l’aria era serena. Giornata di sci, di vacanza, di leggerezza. Una giornata come tante altre sulle Alpi trentine innevate. Una giornata che però alle 15.12 diventò un inferno. Quel rumore assordate, come un tuono che squarcia la vallata. Un aereo che vola troppo basso, troppo. Quei cavi delle funivia che vengono strappati con un rumore simile a quello di una frustata. E poi giù, per sette secondi fino alla morte.

Nella strage del Cermis hanno perso la vita venti persone. Sette tedeschi, cinque belgi, due polacchi, due austriaci, un olandese e tre italiani. L’aereo militare statunitense Grumman EA-6B Prowler della United States Marine Corps lì non ci doveva stare. Erano chiare e limpide le disposizioni sui voli a bassa quota nella zona. Mai al di sotto dei 600 metri. Quel giorno invece il pilota Richard Ashby, insieme al suo navigatore Joseph Schweitzer e agli altri membri dell’equipaggio (William Rancy e Chandler Seagraves) scese a quota 110 metri. Perché? Per gioco, si ipotizzò, per filmare il panorama e farsi due risate prima di rientrare alla base di Aviano. Un azzardo fatale per i passeggeri della funivia che collega Cavalese con la montagna del Cermis. L’immagine simbolo di quel dramma fu scattata subito dopo lo schianto della cabina. Una striscia di sangue a colorare la neve. Una pennellata di morte.

Ma la vera strage si compì nei tribunali statunitensi. L’allora presidente Usa Bill Clinton si scusò con il governo italiano, ma non concesse ai quattro ufficiali di essere giudicati in Trentino. Le disposizioni Nato spostarono l’inchiesta negli States e la corte marziale sancì la vergogna. Nessun colpevole, nessuno ha commesso il fatto.

Schweitzer e Ashby vengono cacciati dai Marines per aver distrutto il filmato girato durante il volo. «Intralcio alla giustizia» dissero i giurati, ma parlare di giustizia a Cavalese fa quasi ridere. Quasi, se non ci fossero quelle venti vittime inermi distese sulla neve. Ai loro familiari il governo statunitense, con la partecipazione di quello italiano, fecero avere un risarcimento di circa 4 miliardi di lire a famiglia. Il tentativo di coprire con il verde dei dollari il rosso del sangue. Volete l’ennesima beffa? Provate a scrivere “strage del Cermis” su Google: il primo sito consigliato è una pagina di Wikipedia dove però l’evento viene descritto come “incidente della funivia”. Se il peso delle parole ha ancora un valore, ridurre a incidente un fatto di tale portata è come gettare polvere sotto il divano.

Nel 2008, a dieci anni dalla strage, il National Geographic mise spalle al muro Joseph Schweitzer: «Ho distrutto il filmato – ammise – perché non volevo che la tv mandasse in onda il mio sorriso e subito dopo il sangue dei morti». Quel

sangue però c’è ancora, dipinto indelebile nella testa dei parenti delle vittime e di tutti i cittadini delle valli alpine. Ricordare quello che successe a Cavalese è un obbligo morale per ogni cittadino, un tassello imprescindibile nel mosaico della storia recente del nostro Paese.

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