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chi sostiene la fuga: parla il ricercatore omid firouzi 

Usb e Bios Lab sigle pro-migranti «Li aiutiamo, non fomentiamo»

MESTRE. La vicenda profughi in fuga da Conetta porta sul banco degli imputati quanti li stanno appoggiando. Come l’Unione Sindacale di Base, Usb, rea per la diocesi di Padova di strumentalizzare, o...

MESTRE. La vicenda profughi in fuga da Conetta porta sul banco degli imputati quanti li stanno appoggiando. Come l’Unione Sindacale di Base, Usb, rea per la diocesi di Padova di strumentalizzare, o peggio sobillare, i richiedenti asilo. «Respingiamo con fermezza l’accusa», dice il sindacato di base che ripercorre il lavoro di Aldo Romaro, del coordinamento di Padova, e dai militanti di Veneto ed Emilia. «Chiesa e Croce Rossa straparlano», ribattono. E mettono in luce come «meritoriamente, le strutture parrocchiali hanno sopperito all’assenza dello Stato».

Della questione parla anche Omid Firouzi, ricercatore universitario e membro del collettivo autogestito Bios Lab di Padova. In prima fila in questi giorni assieme ai migranti.

Firouzi lei è un sobillatore?

«Non stiamo dirigendo nulla. I ragazzi sono usciti dal campo di Cona auto-organizzandosi. Noi appena lo abbiamo saputo abbiamo fatto il possibile per aiutarli. C’è complicità e supporto, ma loro si auto-organizzano. Il fatto è che per contrastarci, si attaccano a tutto».

Da quanto tempo lei si occupa della vicenda di Cona?

«A Cona lavoro come ricercatore universitario e collaboro a un progetto di accoglienza a Padova e provincia, il progetto “Sconfinamenti”. Quando ho saputo che erano usciti dal campo, siamo accorsi e li abbiamo raggiunti a pochi chilometri dalla partenza, per creare una rete solidale che porta cibo e coperte attraverso il Bios Lab di Padova. Siamo in media una cinquantina e stiamo con loro dalle 7 di mattina fino a tarda notte».

Cosa vi aspettate da questa collaborazione?

«A noi premeva il rapporto umano e fiduciario. Conoscerli, conoscere le loro storie. Sto imparando tantissimo. Questi ragazzi hanno la capacità di stare assieme e rispettarsi. Hanno due portavoci che non prevaricano. L’idea generale invece li vede o come criminali o come bisognosi di carità. Arrivano qui quasi tutti dopo esser passati per la Libia ma hanno ben chiaro cosa è la democrazia, molti sono istruiti. Qui non hanno integrazione, non imparano la lingua. Sono abbandonati. E in Prefettura non capiscono che sono presenze con cui dovremo per decenni confrontarci. Quindi è meglio investire subito energie e soldi e uscire dall’emergenza».

A Cona cosa ha visto?

«La nostra inchiesta sul campo dura da un anno. Cona e Bagnoli sono al limite. E Cona va assolutamente chiuso. Metà dei servizi sanitari non funzionano. I ragazzi scavano fossati dove fare i bisogni. Nei tendoni si ammassano per mesi fino a 450 persone. Un luogo indegno che va chiuso, anche se adesso viene riformato con nuovi servizi. Sapete che ai ragazzi distribuiscono come unica medicina il Paracetamolo? Che non c’è assistenza legale, tanto che noi abbiamo ora deciso di aprire con un team di operatori uno sportello legale di sostegno. L’ho detto al prefetto sull’argine: questi centri, secondo il decreto legislativo 142 del 2015 devono accogliere solo per l’identificazione e le valutazioni delle condizioni psicofisiche. Lo sappiamo tutti, invece, che qui dentro si sta anche un anno e mezzo. Ecco, la legalità istituzionale va sanata. Se non ascoltano i ragazzi, i collettivi, i sindacati, si preoccupino che non c’è la legalità».

La coop Edeco prende 32 euro a migrante.

«Un volume enorme di soldi e oggi (ieri, ndr) 10 ragazzi su 55 erano in ciabatte. Bisogna vigilare sul rispetto dei diritti primari delle persone. Fatelo anche voi».

Ma l’alternativa esiste?

«Se tutti i Comuni veneti ne accogliessero almeno tre ciascuno, l’emergenza si scioglierebbe come un cubetto di ghiaccio e voi giornalisti dovreste cercare altro da scrivere».

Invece il prefetto ha chiesto loro di tornare indietro.

«Chiedere ai ragazzi di tornare indietro è un errore. I ragazzi hanno ribadito il loro no. La loro è una protesta non violenta, pacifica e determinata. E sia chiaro: i ragazzi contestano l’organizzazione del campo ma portano rispetto ad amministrazioni, prefetti, forze dell’ordine».

Da Padova vi sono arrivate critiche che a Venezia non ci sono state.

«Non credo ci sia distinzione tra territori. La questione è gestito da Roma e i prefetti hanno poca autonomia. Ma rilevo che a Padova il prefetto ha accolto due ragazzi senza la presenza dei media. A Malcontenta il prefetto di Venezia ha incontrato tutti, migranti e media, in un confronto aperto.

Le marce servono davvero?

«Queste
hanno un valore quasi storico: un’accoglienza indegna viene fatta saltare non dalle Procure ma da chi vive quelle situazioni. Cona è passata a circa 800 presenze. Non sarebbe mai successo senza i ragazzi che hanno deciso di uscire».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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